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Questione di presidio e di infrastrutture: la Groenlandia come test dell'esposizione strategica europea

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07.01.2026

Il diritto internazionale non è, per definizione, un sistema autosufficiente. Funziona quando è sostenuto da una capacità politica e strategica in grado di renderlo effettivo. Le dichiarazioni di Donald Trump sulla Groenlandia e la reazione europea rendono visibile una soglia già oltrepassata: il diritto internazionale non è più in grado di funzionare né come dispositivo organizzatore della decisione strategica, né come mediazione simbolico-formale della legittimità. Invocato e insegnato, il diritto internazionale opera sempre più come un sistema operativo ereditato: ancora presente, ancora compatibile con parte dell’hardware istituzionale, ma incapace di interpretare l’ambiente operativo reale in cui oggi si forma la decisione. Non governa i flussi critici, non ordina le priorità, non definisce le soglie dell’azione. Quando compare, lo fa come interfaccia descrittiva, non come infrastruttura abilitante.

Gli esempi si ripetono con regolarità da decenni. Dalla paralisi del Consiglio di Sicurezza sulla Siria all’invasione russa dell’Ucraina, dall’uso strumentale del diritto umanitario da parte di Hamas alle operazioni israeliane condotte assumendo il diritto come problema successivo, fino al colpo di Stato in Niger, il diritto non ha definito il perimetro della decisione. In più di un caso non ha neppure costituito un passaggio necessario di giustificazione: la decisione si è prodotta e dispiegata prescindendo dal bisogno stesso di legittimazione giuridica.

Parlare di caos o di disordine globale è fuorviante e, in fondo, rassicurante. Consente di immaginare una deviazione temporanea da un ordine ancora valido. Ciò che è in atto, invece, è un mutamento di regime nella grammatica della decisione. Forza, deterrenza e controllo degli spazi critici – fisici, energetici, tecnologici – non sono elementi nuovi, ma oggi operano senza più essere ricondotti a una formalizzazione giuridica stabilizzante. La discontinuità non riguarda la sostanza del potere, ma il livello di formalizzazione, il grado di anticipazione e il tipo di approssimazione attraverso cui la decisione viene assunta. La decisione si costituisce direttamente nello spazio operativo; il diritto, quando interviene, segue come linguaggio eventuale.

Il caso della Groenlandia rende questa dinamica particolarmente evidente. Le dichiarazioni di Donald Trump non pongono un problema di legalità, né cercano una giustificazione preventiva. Spostano il fuoco sulla questione decisiva: chi presidia uno spazio strategico in trasformazione. Qui la decisione si colloca nel campo materiale della sicurezza; il diritto resta esterno al processo che determina l’esito.

Il Venezuela mostra la stessa logica in un contesto diverso. Le prese di posizione dell’amministrazione americana non si articolano intorno a una qualificazione giuridica condivisa, ma operano attraverso strumenti di pressione, isolamento e influenza regionale. Il diritto internazionale non viene richiamato perché non è necessario alla produzione della decisione. Un confronto istruttivo è quello con l’operazione a Panama. Anche allora si trattò di un intervento diretto nello spazio di influenza americana, fondato su esigenze di sicurezza e controllo strategico. Non vi fu una legittimazione giuridica vincolante né un riconoscimento multilaterale sostanziale. Tuttavia, l’azione fu ancora accompagnata da una traduzione politico-argomentativa che........

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