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Trump, i dazi e l'uso dello stato di emergenza come strumento politico

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23.02.2026

La decisione della Supreme Court of the United States nel “caso dazi” segna uno spartiacque. La Corte ha stabilito che l’IEEPA (International Emergency Economic Powers Act), la legge sulle emergenze economiche internazionali, non autorizza il presidente Usa a imporre dazi generalizzati, ribadendo un principio elementare quanto decisivo: il potere di imporre tariffe appartiene al Congresso. Non è solo una questione tecnica. È una questione di architettura costituzionale. L’Articolo I della Costituzione americana attribuisce al Congresso il potere di “lay and collect Taxes, Duties, Imposts and Excises”. È un potere che i Padri fondatori collocarono all’inizio della carta costituzionale perché rappresenta l’essenza della sovranità democratica: chi tassa deve rispondere al popolo. Invocando l’IEEPA, uno strumento emergenziale pensato per sanzioni mirate in presenza di minacce straordinarie, Trump ha preteso di esercitare un potere tariffario illimitato per importo, durata e ambito geografico, sostituendosi di fatto al Congresso. La Corte ha detto no. E lo ha fatto con parole forti, richiamando la “major questions doctrine”: quando è in gioco una scelta di enorme rilievo economico e politico, serve un’autorizzazione chiara del legislatore, non un’interpretazione elastica di due parole come “regulate importation”. È il cuore del sistema dei checks and balances: nessun potere può auto-espandersi in nome dell’urgenza. Colpisce anche un dato politico-istituzionale, che l’opinione è firmata dal Chief Justice John G. Roberts Jr., un conservatore, e dai giudici Neil M. Gorsuch e Amy Coney Barrett, anch’essi conservatori e nominati da Trump stesso. Non siamo davanti a una spaccatura ideologica tradizionale, ma a una riaffermazione del primato della Costituzione sul leader. In un clima in cui Trump ha ripetutamente delegittimato i giudici, accusando la magistratura di ostacolare la volontà popolare, questa decisione rappresenta una notizia importante: le istituzioni americane conservano anticorpi. È un segnale che la cultura costituzionale negli Stati Uniti non è ancora piegata alla logica dell’uomo solo al comando e che persino una Corte a maggioranza conservatrice può reagire quando percepisce uno strappo strutturale all’equilibrio dei poteri. Quello che stiamo osservando negli Stati Uniti non è un conflitto ordinario tra poteri, ma qualcosa di più profondo, è una tensione crescente attorno al ruolo della magistratura, alle agenzie federali, al rapporto tra Congresso ed esecutivo e all’uso permanente dello stato di emergenza come strumento politico. L’idea di fondo è semplice e pericolosa: che il voto popolare conferisca un mandato superiore alla legge. È un classico delle derive populiste e autocratiche, in cui la maggioranza elettorale diventa fonte di legittimazione assoluta. Ma nelle democrazie costituzionali il voto non è un lasciapassare per oltrepassare i confini della legge, questo è l’inizio di un mandato dentro regole precise, non sopra di esse. La sentenza della Corte è una risposta a questa torsione, dice che nessun Presidente è al di sopra della legge, nemmeno se invoca un’emergenza. Questa vicenda parla anche a noi. In Italia conosciamo bene il tema dell’abuso degli strumenti emergenziali, per esempio i decreti legge nati per casi straordinari e diventati prassi ordinaria. Anche la nostra Corte costituzionale ha più volte richiamato il governo alla necessità di motivare in modo rigoroso i presupposti di necessità e urgenza. Oggi siamo inoltre di fronte a riforme costituzionali che incidono profondamente sull’impianto istituzionale della Repubblica, come la riforma della giustizia promossa dal ministro Nordio e il Premierato, portati avanti a colpi di maggioranza, senza che siano stati accettati emendamenti né ricercata una sintesi nel Paese, in un clima di scontro politico particolarmente acceso tra il ministro della Giustizia e le opposizioni, con il sostegno della presidente del Consiglio. Il messaggio americano è chiaro: la divisione dei poteri non è un orpello formale, è la condizione di sopravvivenza delle democrazie. Per l’Europa significa difendere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, preservare il ruolo centrale dei Parlamenti e riaffermare la dignità della rappresentanza democratica. In un’epoca in cui la rete amplifica manipolazioni e fake news, la politica non può inseguire l’onda emotiva permanente, ma deve tornare alla solidità della Carta costituzionale, unico argine contro la personalizzazione del potere e l’erosione lenta delle istituzioni. L’Italia è il secondo Paese manifatturiero d’Europa. I dazi americani non sono una disputa accademica, incidono sulle nostre filiere, sulle esportazioni, sull’occupazione, sulla tenuta delle imprese e, in ultima analisi, sui risparmi delle famiglie italiane. Di fronte a ciò, Giorgia Meloni non può limitarsi al silenzio tattico, ma deve decidere che ruolo intende assumere. Vuole essere la leader di un grande Paese europeo fondato su una Costituzione liberale, sulla divisione dei poteri, sul primato del Parlamento e sull’indipendenza della magistratura? Oppure continuare a strizzare l’occhio - quando non a piegarsi apertamente - verso l’ideologia MAGA che il suo partito e quello del suo alleato Matteo Salvini inseguono un giorno sì e l’altro pure? È qui che si misura la statura di una classe dirigente. Difendere i principi costituzionali e gli interessi industriali del Paese non è ideologia, ma è responsabilità. Perché quando la Corte Suprema americana ricorda che l’emergenza non può diventare un passepartout, sta parlando anche a noi, senza Parlamento forte e magistratura indipendente non c’è stabilità, e senza stabilità non c’è economia che regga. E il prezzo, se quelle regole cedono, non sarà teorico, sarà pagato in crescita, lavoro e fiducia democratica.

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