L'autotrattativa, ultima frontiera di Trump
Se non fosse tragico, sarebbe spettacolare come copione di un film del filone demenziale: “I vostri conflitti interni sono arrivati al punto in cui state negoziando con voi stessi”. Lo dice stamattina un portavoce del governo iraniano a proposito dei dialoghi “che procedono benissimo” per porre fine al conflitto, annunciati dalla Casa Bianca. Secondo gli alternative facts di Donald Trump, la guerra è stata vinta e gli iraniani sono sull’orlo di firmare qualsiasi accordo per chiuderla. Manca un tassello: “ci vorrebbe una Delcy Rodriguez per l’Iran”. Peccato che Teheran non assomigli affatto a Caracas.
Poi c’è la realtà, nella quale i bombardamenti incrociati continuano, Hormuz è sempre chiuso e lo scudo di Israele si è dimostrato vulnerabile ai missili con bombe a grappolo. Mentre si guarda all’Iran, Israele si sta annettendo de facto un pezzo del Libano; il petrolio è sempre attorno ai 100 dollari al barile e la tecnica iraniana di rovinare i Paesi del Golfo vicini si sta dimostrando una carta vincente.
Tutto ciò si sarebbe potuto evitare? Assolutamente sì: bastava che lo stesso Trump, nel 2018, non avesse fatto saltare l’accordo sul nucleare iraniano negoziato dagli Stati Uniti e dagli altri membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, più la Germania e l’UE. Era stato un capolavoro di John Kerry, il segretario di Stato di Barack Obama, con l’Europa, per l’ultima volta, protagonista. L’AIEA all’epoca certificava che l’Iran aveva rispettato tutti gli impegni in materia di arricchimento dell’uranio.
Ma allora perché un conflitto ora? Il nucleare c’entra molto poco: parliamo di geopolitica israeliana. Neutralizzato l’Iran e le sue pedine in Libano e Yemen, l’unica potenza regionale resta Israele, che tra l’altro mette in sicurezza le sue frontiere con il Libano. Non c’è altro. Non interessano la democrazia, i diritti umani, la condizione delle donne o la pena di morte. Puro interesse di Israele, con gli Stati Uniti attirati nella trappola, come detto in pubblico sia da Marco Rubio sia da Joe Kent.
Ma per uscirne non basta raccontare di avere vinto e il tempo stringe negli USA, che si avvicinano all’appuntamento elettorale di novembre per il rinnovo delle Camere. La popolarità di Trump ieri è crollata al 36% e le elezioni per un seggio per la Camera della Florida, nel distretto di Mar-a-Lago, sono state vinte da una candidata democratica. La politica estera erratica e lunatica di Donald Trump comincia a fare vittime politiche, soprattutto tra le file ultra-MAGA; invece, quelle in Iran, Gaza e Libano sono vittime vere, per le quali nessuno sta pagando il conto.
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