La complicità sulle violenze dei coloni in Cisgiordania ha creato un vuoto di giustizia
Dalle pagine di Haaretz Akiva Eldar pone la seguente domanda: pensate che le donne e i bambini hanno diritti migliori in Palestina che a Teheran? Per l'editorialista israeliano ovviamente entrambi sono nelle medesime condizioni di repressione. Pessime. Due popoli oppressi, dalla dittatura di un regime teocratico e dall'occupazione militare di uno stato democratico. L'esempio esplicativo scelto da Eldar è che se per essere arrestati in Iran basta partecipare a manifestazioni di protesta, in Cisgiordania per i palestinesi invece è un video “sbagliato” su TikTok a condurti in carcere. Insomma, le similitudini tra le misure di polizia del governo di Benjamin Netanyahu e quelle degli Ayatollah non sono poi così sfumate come verrebbe da pensare. E nemmeno quelle tra l'esercito di Israele e quello iraniano, almeno che non vogliate cercare il pelo nell'uovo.
Parte del problema è tuttavia da attribuirsi al neocolonialismo della terra, il passaggio dall'occupazione dei territori palestinesi alla sua de facto annessione. Pratica illegale, che a sua volta ha prodotto effetti degenerativi criminali. È il caso delle violenze organizzate da bande di estremisti coloni (“I giovani della collina”), ai danni dei villaggi palestinesi. Violenze che godono di copertura politica, e che vedono rappresentate le loro istanze razziste in figure di primo piano dell'attuale esecutivo, come i ministri Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich. Per anni il problema delle violenze dei coloni (“price tag”) non è stato volutamente affrontato. Complicità che ha creato un vuoto nella giustizia. Per anni in difesa dei diritti dei palestinesi si è mossa solo una piccola minoranza di pacifisti israeliani, di “sinistra”. Attivisti che mettendo a rischio la propria incolumità testimoniano le atrocità dell'occupazione e mostrano al mondo la verità.
Il problema della violenza dei coloni a scapito dei palestinesi è un tema imbarazzante, tanto che persino un giornale non liberale, e vicino al Likud, come il Jerusalem Post in un lungo e interessante editoriale ha preso una posizione a riguardo: “[In Israele] Tutte le priorità militari, di sicurezza e di fronte interno dovrebbero concentrarsi su questioni estremamente complesse legate al conflitto. Ecco perché la continua illegalità perpetrata da una piccola minoranza di residenti ebrei in Cisgiordania è doppiamente esasperante... Gli atti antipatriottici e criminali da parte di autoproclamati vigilanti sono un abominio e l'antitesi di ciò che significa essere ebrei ed israeliani. Quello che fanno questi aggressori non è solo criminale. È una minaccia alla nostra sicurezza nazionale. Non possiamo sconfiggere i nostri nemici all'estero mentre una frangia violenta mina la legittimità dall'interno”. L'articolo critica pesantemente il governo per la manifesta sudditanza verso l'ala nazionalista della maggioranza: “Anche se hanno paura di affermare che sia moralmente sbagliato per paura di aprire la crisi con i partner della coalizione, dovrebbero rendersi conto delle minacciose conseguenze di continuare a permettere a questi trasgressori di agire fuori controllo”.
Definiti terroristi, ma se alla Knesset dovesse essere approvata la legge sulla pena di morte per i terroristi, ne saranno immuni. E continueranno liberamente a perpetrare i loro crimini. In perfetto stile Arancia meccanica. Come raccontano le stesse vittime: “Ho cercato di scappare, ma mi hanno preso, picchiato, tagliato con un coltello, legato mani e piedi con fascette di plastica... Erano tutti mascherati tranne uno. Lo abbiamo riconosciuto”. Diffondere la paura, il terrore. Altro recente episodio: “Ci hanno radunati in una sola stanza - uomini, donne e bambini piccoli - gettati sul pavimento di cemento uno sopra l'altro. Hanno legato anche le donne mentre continuavano a picchiare”. Minaccia perpetua che incombe sui palestinesi, il messaggio recapitato è chiaro: andatevene. Altrimenti: “Oggi prendiamo le vostre pecore, ma la prossima volta che verremo bruceremo le case, uccidiamo i bambini e violenteremo le donne”.
A prescindere dal conflitto in atto se non è facile vivere in Iran, non lo è nemmeno essere palestinese in Cisgiordania.
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