La scuola come sistema che apprende
In questi giorni due questioni apparentemente distanti hanno riportato al centro un problema strutturale dei sistemi educativi contemporanei: come organizzare la scuola quando l’eterogeneità non rappresenta più un’eccezione, ma la condizione ordinaria nella quale si svolgono l’insegnamento e l’apprendimento?
Da un lato, il recente documento dell’Invalsi sull’insegnamento e l’apprendimento adattivo richiama l’attenzione sulla capacità dei docenti di modificare strategie, ambienti e modalità didattiche in relazione ai contesti concreti [vedi Formare docenti adattivi per una scuola più equa]. È un’indicazione importante, perché assume come punto di partenza la scuola reale: classi differenziate per livelli di competenza, tempi di apprendimento, background linguistici e culturali, condizioni sociali, bisogni educativi e traiettorie personali. Dall’altro, il dibattito politico sul limite alla presenza di studenti stranieri nelle classi riporta in primo piano il tema della composizione dei gruppi scolastici e, più in generale, della capacità della scuola di governare la differenza.
La questione educativa che precede e supera le singole soluzioni amministrative riguarda proprio questo punto: quali condizioni consentono a una scuola eterogenea di produrre apprendimento di qualità per tutti?
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