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Intorno all’ombelico del mondo: la kora del Kailash, lassù sull'Himalaya

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06.05.2026

Non si arriva al Kailash per caso. Io l’ho scelto come meta per celebrare i miei cinquant’anni, e tra le persone che hanno viaggiato con me ho sentito storie di intercessione per malattie, di riconnessione con antichi antenati, di pulizia karmica, o di sostegno energetico per familiari in difficoltà. E che si abbia o meno qualche credenza religiosa, o un animo incline alla quête spirituale, al suo cospetto e al cospetto delle tante storie convenute al Kailash, ci si arrende all’essenza che sì: questo non è un trekking, ma un pellegrinaggio. Una sorta di molto più sfidante - non certo per chilometri, ma per impatto - Cammino di Santiago.

Ci siamo preparati mentalmente per mesi all’appuntamento con il Kailash, e per giorni ne abbiamo sentito parlare dalla nostra guida tibetana. Ma le nostre dettagliate aspettative non avrebbero mai potuto prevedere l’effetto che l’arrivo ai suoi piedi e la kora avrebbe avuto su di noi. Sapevamo certamente che non si cammina attorno alla montagna di Shiva come si farebbe con un monte qualsiasi, sapevamo che trattare quest’esperienza come una passeggiata sarebbe stato mortificarne l’essenza. Eppure ciò che ci attendeva, avrebbe disatteso qualsiasi proiezione logica. La kora – la circumambulazione rituale da compiere in senso orario – è insieme un gesto fisico e un atto spirituale, un movimento circolare che da secoli scandisce il rapporto tra l’uomo e il sacro. In questo caso si tratta di poco più di cinquanta chilometri, ma la distanza risuona come un dettaglio secondario. Qui prima di tutto si contano il respiro, l’altitudine, l’abitudine alla meditazione, al silenzio.

Intanto eccoci giunti a Yam Dwar, la “porta della morte”, pronti per la partenza: un semplice arco, decorato da bandiere di preghiera, che segna il confine simbolico tra il mondo ordinario e quello della kora; di lì in poi si entra in un’altra dimensione. Basta uno sguardo per averne conferma: il sentiero si apre su un paesaggio ampio ed essenziale, spoglio, dominato dalla presenza magnetica del Kailash, che appare e scompare tra le pieghe d’una valle d’inimmaginabile bellezza. Quasi un sogno vagheggiato da sempre, fatto di terra brulla e rocce intarsiate del tempo, bandiere al vento e stupa e monasteri abbarbicati in lontananza. Una sorta di cinematografico, ampio orizzonte punteggiato da quantità indefinite di persone in marcia, tibetani incredibili che ogni tre passi avanzano prostrandosi a terra. Regalando il senso immediato di un andare che è devozione, volontà e preghiera d’inconcepibile intensità, non solo personale. Nella visione buddista, infatti, si fa la kora e si medita per il bene di tutti gli esseri viventi, compiendo per tutti noi dunque uno sforzo che - ce ne rendiamo conto dopo poche centinaia di metri - assume proporzioni ai più impraticabili. Infatti, anche se il passo iniziale è regolare e il respiro sembra sotto controllo, ecco che la normalità si manifesta ben presto come un’illusione: sopra i 4.500 metri il corpo lavora in sottrazione, con metà........

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