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Dal pizzino all’algoritmo: come si cercano gli uomini potenti e perché riguarda tutti noi

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02.03.2026

Le ricostruzioni emerse nelle ultime ore sull’uccisione di Ali Khamenei colpiscono per un dettaglio più di ogni altro: la rapidità finale. Secondo fonti concordanti, l’attacco è maturato dopo anni di raccolta informativa e si è chiuso in una finestra brevissima, quando intelligence israeliana e americana hanno individuato movimenti, presenza e timing di una riunione del vertice iraniano.

Reuters riferisce che Khamenei si trovava con membri della sua cerchia più ristretta in un sito sicuro poco prima dell’inizio degli attacchi; il Guardian parla di una lunga integrazione fra reti sul terreno, tecnologia, intercettazioni e precisione operativa.

È qui che il racconto diventa interessante. Perché non si tratta solo di una storia di guerra, né solo di una storia di intelligence. È una storia di trasformazione del potere. Un ex responsabile dell’antiterrorismo del Mossad, citato dal Guardian, ha detto che il campo di battaglia moderno è definito da “dati, accesso, fiducia e tempismo”. È una formula brutale ma esatta: oggi il potere non viene cercato soltanto nei luoghi, ma nelle connessioni, nelle routine, nelle prossimità, nelle dipendenze.

Leggendo queste ricostruzioni, a me è tornato in mente un altro mondo: quello della cattura di Bernardo Provenzano. Lì il paradigma era quasi opposto. Provenzano apparteneva a un universo ancora analogico: pizzini, staffette, complicità di territorio, casolari, silenzi, protezioni locali. La Polizia di Stato lo sintetizzò allora in modo quasi perfetto: “Binnu u’ tratturi” fu tradito da un pizzino. Il blitz arrivò dopo l’individuazione del casolare nei pressi di Corleone e la certezza, raggiunta solo poche ore prima, che quella persona fosse davvero lui.

Quella storia ci dice molto sull’Italia di ieri. Provenzano cercava di sottrarsi ai sistemi elettronici riducendo al minimo la propria esposizione tecnica. Per comunicare usava foglietti piegati, mani fidate, percorsi ripetuti, una clandestinità fatta di terra, parentela e rituali. Il suo era il potere del nascondimento. E proprio per questo fu trovato seguendo non tanto una macchina, un satellite o un software, ma una rete umana lenta: il recapito dei messaggi, i movimenti di chi gli stava intorno, la logistica minima necessaria a tenerlo vivo e operativo.

Con Bin Laden siamo già in una fase intermedia. Anche lui cercava di scomparire, ma ormai il mondo attorno a lui era diverso. La CIA ricostruisce che la svolta arrivò seguendo la rete dei corrieri: per anni si raccolsero informazioni sugli intermediari che lo collegavano all’esterno, fino a individuare il compound di Abbottabad. Quel compound apparve sospetto non perché tradito da un cellulare acceso, ma per una somma di anomalie: mura alte, fili spinati, nessun collegamento apparente a internet o telefono, rifiuti bruciati invece che raccolti. In altre parole, anche qui il bersaglio fu localizzato non tanto perché “si fece vedere”, ma perché il suo ecosistema lasciava una forma riconoscibile.

Ed eccoci al punto: da Provenzano a Bin Laden fino a Khamenei cambia la tecnologia, ma cambia soprattutto la natura della caccia. Ieri si cercava un uomo nascosto dentro una geografia. Oggi si cerca una persona immersa in una nube di dati. Non serve che il leader usi direttamente uno smartphone, o mandi una mail, o lasci una traccia banale. Basta che la lascino la sua scorta, i suoi corrieri, la sua famiglia, chi organizza una riunione, chi protegge un compound, chi gli porta cibo, chi gli filtra le informazioni. La vulnerabilità non è più solo individuale: è di sistema.

A quel punto la domanda inevitabile è: allora come si difende oggi una persona importante? La risposta l’abbiamo vista perfino da vicino, con Milano-Cortina. È bastata per alcuni giorni l’ipotesi di una presenza di Donald Trump per far salire di colpo la pressione sugli apparati di sicurezza italiani. A Verona era stato predisposto un piano sicurezza per una possibile presenza di Trump alla cerimonia di chiusura, con contatto costante fra autorità locali, Prefettura e Questura e la previsione di un ulteriore rafforzamento se la visita fosse stata confermata. Sul lato americano, la protezione del Presidente è una responsabilità permanente e obbligatoria del Secret Service: h24/365.

Ma anche qui la lezione è più complessa di quanto sembri. Proteggere un leader oggi non significa soltanto mettergli attorno più uomini, più auto, più tiratori scelti. Significa difendere una costellazione intera: percorsi, luoghi, sistemi di comunicazione, perimetri, alberghi, delegazioni, infrastrutture digitali, reputazione, flussi informativi. E nonostante questo, l’invulnerabilità non esiste. Il Secret Service USA è finito in una crisi profonda dopo l’attentato del luglio 2024 contro Trump in Pennsylvania, proprio perché un apparato pensato per la protezione totale ha mostrato falle di coordinamento e pianificazione operativa.

A questo punto, però, il passaggio decisivo non riguarda più i leader. Riguarda noi. Perché la stessa logica che oggi viene usata per localizzare, proteggere o colpire persone di altissimo profilo si è ormai riversata nella vita quotidiana delle persone normali. L’Agenzia per la cybersicurezza e la sicurezza delle infrastrutture degli Stati Uniti spiega che i dati di localizzazione possono rivelare routine, frequentazioni e luoghi abituali. L’autorità britannica per la protezione dei dati e i diritti dell’informazione, nelle sue linee guida sulla profilazione politica, avverte che il profiling è spesso invisibile, poco compreso dai cittadini e capace di incidere sul comportamento elettorale di grandi numeri di persone.

Qui sta il cuore della battaglia politica contemporanea. Non solo sapere chi sei, ma prevedere a cosa reagisci. Non solo raccogliere dati, ma trasformarli in leve emotive, narrative, identitarie. L’autorità britannica ha poi sviluppato una vasta indagine sull’uso dei dati analitici in politica, a partire dalle accuse di micro-targeting emerse durante il referendum sulla Brexit; nello stesso lavoro ha sanzionato Facebook per mancanza di trasparenza e altre organizzazioni per gravi violazioni nelle comunicazioni elettorali. Non significa che la Brexit “sia stata decisa da Cambridge Analytica”, slogan troppo semplice per essere serio. Significa però che quella stagione ha reso visibile qualcosa che oggi è ancora più potente: la possibilità di profilare, segmentare, spingere e orientare.

Quello che allora poteva sembrare un abuso di frontiera oggi è diventato il centro del problema. Lo stesso schema è riemerso in modo ancora più allarmante in Romania nelle recenti tornate elettorali. La Corte costituzionale rumena ha annullato il voto presidenziale del 2024 dopo accuse di interferenza russa. Pochi giorni dopo, la Commissione europea ha aperto un procedimento formale contro TikTok per presunta incapacità di limitare l’interferenza elettorale, guardando in particolare ai sistemi di raccomandazione e al rischio di manipolazione. Non siamo più davanti a una propaganda rozza, riconoscibile, frontale. Siamo davanti a flussi informativi che imparano da noi mentre noi li consumiamo.

E allora i puntini si collegano davvero. Khamenei, Provenzano, Bin Laden, Trump, Milano-Cortina, la Romania, la Brexit: sembrano storie lontanissime e invece raccontano la stessa mutazione. Siamo passati dal mondo in cui il potere cercava di sparire, al mondo in cui il potere deve amministrare la propria esposizione. E siamo passati dal cittadino che lasciava poche tracce al cittadino che produce continuamente segnali: spostamenti, preferenze, paure, reti sociali, abitudini, vulnerabilità. Il problema non è solo che siamo più visibili. Il problema è che siamo più leggibili, e quindi più influenzabili.

Qui entra in scena la contraddizione più pericolosa del nostro tempo. Abbiamo sviluppato un super-potere informativo: capacità di raccogliere dati, correlare segnali, prevedere comportamenti, localizzare persone, profilare elettori, anticipare scenari. Ma non abbiamo sviluppato, con la stessa velocità, una pari maturità strategica. Reuters ha riportato che la CIA aveva valutato prima degli attacchi che l’uccisione di Khamenei avrebbe potuto favorire la sua sostituzione con figure ancora più dure legate ai Pasdaran; e dopo la sua morte funzionari americani hanno espresso scetticismo sulla possibilità che il regime crolli davvero. Il Guardian ha citato un ex veterano della CIA con una frase che vale ben oltre il caso iraniano: “Quando elimini il leader di qualcuno non risolvi il problema. Ne crei solo uno nuovo”.

È questa, forse, la lezione più importante. Più dati non significano automaticamente più saggezza. Più capacità di vedere non significano automaticamente più capacità di capire. Più precisione operativa non significa automaticamente migliore strategia. Anzi: quando un sistema acquisisce un potere informativo enorme ma non ha la pazienza, la cultura e il limite necessari per usarlo bene, diventa più vulnerabile non solo ai nemici, ma ai propri errori. E il caos che ne nasce non resta mai confinato ai palazzi, ai bunker o ai vertici: scende nelle nostre città, nelle nostre elezioni, nei nostri telefoni, nelle nostre paure quotidiane.

E quelle paure non sono solo materiali: non riguardano soltanto il prezzo del greggio del Golfo, il timore di una nuova impennata energetica o l’eco dei primi anni Settanta. C’è anche una dimensione più profonda, meno visibile e forse persino più destabilizzante: quella psichica. Come osserva il nostro direttore Marco Giovannelli: “Temo che saranno tanti gli effetti e non si calcola mai la dimensione psichica. C’è un lavoro sotterraneo direbbe Jung e questo ci raggiunge spesso inconsapevolmente e genera tantissima fatica e paure. Vedremo, ma aveva ragione papa Francesco: è la terza guerra mondiale, ibrida ma forse è anche peggio. Il greggio è da educande a confronto di altri effetti”.

Per questo la questione non riguarda soltanto i servizi segreti, i presidenti, i boss mafiosi o i capi di Stato. Riguarda ciascuno di noi. Perché il confine vero del presente non è fra chi ha informazioni e chi non le ha. È fra chi sa trasformarle in giudizio e chi no. E un mondo con super-potere informativo e bassa capacità strategica è un mondo non più sicuro, ma più esposto agli errori, alle manipolazioni e al caos.

Se un oggetto non ha una replica digitale è incompleto. Il soggetto invece si alimenta di mancanza, di scarti, errori, infiniti. Il magnete tecnico vuole estirparmi la vita. Come resistere, dov’è la mia tana?

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