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Cos’è la “transition to grey”: smettere di tingersi i capelli bianchi diventa un atto politico

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14.04.2026

Portrair of young woman with partly white hair looking down serious and shy with make up and trendy style.

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Vi è mai capitato di vedere un’amica donna, una parente, una collega, con i primi capelli bianchi in testa e trovare normale pensare: “Dovrebbe tingerti i capelli”? Vi è mai successo, vedendo un uomo di una certa età con i capelli tinti, di pensare – con un pizzico di cattiveria – che stesse male, o addirittura fosse ridicolo nel suo non voler accettare il tempo che passa? Se avete risposto “sì” a entrambe le domande, ci sono due notizie: la prima è che siete in buona compagnia perché fate pensieri abbastanza comuni; la seconda è che siete vittime di un condizionamento di genere. Lo stesso che ritiene le donne brizzolate sciatte, gli uomini brizzolati affascinanti. 

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La “rivoluzione” della transizione al grigio

Contro questa cultura che ci vuole sempre (noi donne) alla rincorsa della gioventù, come se perdendo quella caratteristica perdessimo il nostro stesso valore, si sta opponendo una sempre più vasta quantità di donne che hanno dato vita a un fenomeno, un movimento informale, che sui sociale risponde agli hashtag #TrantisionToGrey, cioè transizione al grigio, o anche #GreyHairPride, orgoglio dei capelli grigi.

Se non vivessimo immersi in questo constante doppio standard nelle aspettative che riponiamo nell’aspetto estetico che dovrebbero avere uomini e donne, ci sembrerebbe assurdo pure parlarne perché altro non è che il semplice lasciar crescere i propri capelli bianchi così come sono, quando si presentano. Una cosa che gli uomini fanno normalmente perché è un fatto della vita, ma che per le donne diventa un “viaggio”, una prova di empowerment, addirittura un percorso interiore. Ma perché?

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Perché è diventato normale vedere una donna di 50, 60 o 70 anni con la chioma perfettamente colorata nonostante il viso tradisca la sua età e perché abbiamo accettato che fosse normale dover andare ogni tre settimane dal parrucchiere per coprire la ricrescita come se fosse una vergogna. 

Le tinte, lusso accessibile o nuova schiavitù?

Intendiamoci: giocare con i colori per i capelli non è sbagliato in sé, anzi. Può essere un modo per esprimere una certa personalità o anche cambiare aspetto per un po’. A essere problematico è il sentirsi in dovere di non mostrare i capelli bianchi. Nel corso della storia le donne hanno tinto i capelli per moda e per bellezza con ingredienti naturali. Ma la svolta vera e propria nel mondo della colorazione per capelli è avvenuta alla fine del XIX secolo, con la scoperta di nuovi coloranti sintetici. Da quel momento in poi, la colorazione dei capelli è diventata sempre più accessibile e sicura. Negli anni successivi, la diffusione sempre più capillare dei prodotti di colorazione ha finito per trasformare quella che era una possibilità in una sorta di aspettativa implicita. Non più un gioco, una scelta estetica tra le tante, ma una norma silenziosa: i capelli bianchi, per le donne, andavano coperti. Punto.

E così, mentre per gli uomini il grigio diventava sinonimo di fascino – basti pensare all’iconico “sale e pepe” celebrato da cinema e pubblicità – per le donne rappresentava un segnale da cancellare il prima possibile. Una disparità che non nasce per caso, ma che affonda le radici in una cultura che ha storicamente legato il valore femminile alla giovinezza, alla freschezza, alla capacità di “restare desiderabili”. E si sa, siamo desiderabili finché sembriamo giovani. 

Un atto consapevole, che richiede l’appoggio di una comunità

È proprio qui che si inserisce la transizione al grigio: non una moda passeggera, ma un atto consapevole. Smettere di tingere i capelli non è, per molte donne, un gesto neutro. È una scelta che implica esporsi allo sguardo altrui, mettere in discussione anni di abitudini e, soprattutto, ridefinire il proprio rapporto con l’immagine allo specchio. 

La blogger Marie Biondini, in un post del suo blog “Easy mom -Swiss made” spiega che la sua scelta di non fare più la tinta ha portato diversi vantaggi: una sensazione di autenticità e accettazione; la liberazione dalle tinte periodiche; un passaggio di crescita personale e un’iniezione di fiducia in se stessa. 

Ma chi intraprende questo percorso racconta spesso di una fase iniziale tutt’altro che semplice. La ricrescita è evidente, il contrasto tra il colore naturale e quello artificiale può risultare disomogeneo, e i commenti arrivano puntuali: “Perché ti lasci andare?”, “Sei stanca?”, “Dovresti sistemarti un po’”. Frasi che, più che semplici osservazioni, rivelano quanto sia radicata l’idea che una donna “curata” debba necessariamente nascondere i segni del tempo. Ma lasciare emergere il proprio colore naturale diventa un modo per riappropriarsi del proprio corpo, per sottrarsi a una narrazione che impone standard spesso irraggiungibili e, in fondo, arbitrari.

Per chi dovesse aver bisogno di una spinta per iniziare la transition to grey, come sempre i social sono il luogo ideale. Migliaia di donne condividono foto, consigli, momenti di difficoltà e di conquista, creando una rete di supporto che prima non esisteva. Vedere altre donne attraversare lo stesso processo aiuta a normalizzare ciò che, fino a poco tempo fa, veniva percepito come “trascuratezza”. In attesa che arrivi il momento in cui, tinti o non tinti, nessuno debba più sindacare sui capelli di una donna. Perché il punto non è spingere verso l’abbandono di ossigeno e colore, ognuno faccia quel che desidera per sé. Il punto è non dover mai più leggere o sentire: “E no, i capelli bianchi sulle donne invecchiano”. Invecchiare è un privilegio, accettare il tempo che passa è un esercizio che si può allenare. 

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