“Il mio popolo aspettava quegli aerei”. Leila, l’attivista iraniana che ha fermato il corteo pacifista: “Ora parlo io”
Leila Farahbakhsh, attivista iraniana esule a Firenze
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Firenze, 2 marzo 2026 - In Iran c’è la guerra e per Leila parlare con la sua famiglia è diventato quasi impossibile. Le comunicazioni sono intermittenti, internet viene oscurato a tratti, le linee telefoniche cadono all’improvviso. Ogni chiamata è un tentativo, ogni messaggio una speranza. La sua famiglia è rimasta lì, in un Paese attraversato dai bombardamenti e dalla repressione interna, e l’angoscia è quotidiana.
"Adesso dico una cosa io”
Ha fermato il corteo da sola, piazzandosi davanti alla prima fila che reggeva la bandiera della pace. “Ora vi voglio dire una cosa io”, ha gridato ai manifestanti. Così Leila Farahbakhsh, attivista iraniana esule a Firenze da quindici anni, ieri ha interrotto la manifestazione sui lungarni per contestare quello che definisce “il silenzio sulla repressione degli ayatollah” e la protesta contro l’intervento militare degli Stati Uniti.
“Internet funziona a tratti, le linee telefoniche anche, appena scoppiata la guerra i miei familiari mi hanno chiamato e mi hanno detto: "Se non riusciamo più a comunicare non preoccuparti, siamo al sicuro”, racconta Leila che in questi anni ha visto "amici arrestati, giovani uccisi o accecati durante le proteste, medici fermati per aver curato i feriti". “A gennaio ci sono state centinaia di esecuzioni”, dice con la voce tesa. Numeri che per lei non sono statistiche ma volti, storie, famiglie spezzate.
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Quando ieri ha visto il corteo sfilare contro l’intervento americano non è riuscita a restare in silenzio. “Per anni abbiamo chiesto aiuto alla comunità internazionale. Il mio popolo ha dato sangue. Non potevo accettare che accanto a me si parlasse di una realtà che non è quella che vivono i miei familiari”. Respinge l’etichetta di estremista "che mi hanno dato alcuni manifestanti". “Mi hanno detto che sono per la dittatura. No, io sono per la democrazia. Ma chi guida l’Iran oggi non capisce il linguaggio della diplomazia. Sono anni che proviamo e non è servito”.
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"Il 98% della popolazione è contenta”
La sua posizione è netta: “Noi abbiamo chiesto un aiuto. Il 98 per cento della popolazione è contento, sta festeggiando. In alcune zone hanno sparato anche su chi festeggiava”. “Io non voglio la guerra – ripete – ma il popolo iraniano non può morire a mani nude perché a qualcuno non piacciono gli americani”. Racconta che da settimane, in Iran, la gente faceva scorte alimentari. “Ogni settimana si andava a fare la spesa pensando che da un momento all’altro potesse succedere qualcosa. Ci svegliavamo alle due di notte sperando di sentire il rumore degli aerei. Li aspettavamo dal mese scorso”. Da quattro anni non può rientrare nel suo Paese. La sua battaglia, dice, non è solo per la sua famiglia ma per “tutto il popolo iraniano”. Ieri, quando le è stato chiesto di calmarsi, ha risposto: “Sono una donna iraniana e ho diritto di parlare”.
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