L’Italia delle frane, dal Vajont a Niscemi. Il geologo del Cnr: cos’è il Copernicus ground motion e come ci può aiutare /
Roma, 14 febbraio 2026 – Fausto Guzzetti, geologo del Cnr e professore all’università di Durham, in Gran Bretagna, le frane sono il suo pane quotidiano. Dal Vajont a Niscemi: siamo il Paese dei disastri.
"L’Italia è un paesaggio geologicamente giovane, e questo è anche ciò che la rende così attraente, così bella. Noi ci facciamo poco conto, lo pensiamo poco. Ma i nostri paesaggi così apprezzati in tutto il mondo sono il risultato di fenomeni catastrofici come terremoti o eruzioni vulcaniche che alzano o abbassano montagne, frane o valanghe, alluvioni e inondazioni costiere che contribuiscono a formare le pianure. Siamo quasi 60 milioni di persone, sul territorio c’è un’enorme quantità di oggetti, hanno iniziato i romani a costruire strade e ponti”.
L’adagio popolare suggerisce: quelli sì, resistenti.
“L’osservazione è corretta solo in parte. Nel senso che purtroppo non vediamo più tutti gli oggetti dei romani (e di chi è arrivato dopo) che sono stati portati via dalle frane, dalle piene, dai terremoti. Non è vero che non è mai successo niente. Quello che ci è rimasto è molto poco. Soprattutto dal dopoguerra in avanti abbiamo costruito talmente tanto che ci abbiamo messo del nostro per esporci a situazioni di pericolo”.
Che percentuale hanno le colpe dell’uomo?
“Il termine colpa mi disturba un po’. L’evoluzione economica della Nazione è stata legata alle costruzioni. La gente chiedeva la casa. Il boom economico è stato dovuto molto all’edilizia, ancora adesso gran parte del nostro Pil è legato a quello. Allora andava bene a tutti, oggi ci rendiamo conto che abbiamo dei problemi in un momento in cui non ci sono più i soldi di allora”.
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L’Italia ha uno straordinario apparato di ricercatori e di monitoraggio ma resta il paese delle calamità. Perché?
“La domanda è assolutamente corretta. Ma la contraddizione non è solo in campo ambientale. Pensiamo a quanto ne sappiamo di medicina su tantissime cose e quanto gli stili di vita della gente continuino ad essere difficilmente compatibili. Parte della risposta l’ho trovata in realtà da poco in un libro che suggerisce: ’Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai’, l’autore è Matteo Motterlini, si occupa dei problemi psicologici legati all’economia”.
“In sostanza non siamo abituati a pensare a un vantaggio che ci arriverà tra vent’anni, nel lungo periodo, rispetto a uno svantaggio di oggi. Vale anche per le diete. Quindi c’è un fattore psicologico fortissimo nel non vedere il risultato di lungo termine. A questo si aggiunge il fatto che gli scienziati parlano correttamente di probabilità e di incertezza, questo fa parte del mondo della scienza. Ma è molto difficile da trasmettere”.
C’è un problema di fondi?
“Nella ricerca senz’altro, sul territorio sì e no. Lì, prima di tutto, c’è una questione di spesa delle risorse”.
Vuol dire che abbiamo i soldi e non li usiamo?
“Esattamente. Questo è dovuto soprattutto alla complessità delle norme, è molto facile dire politicamente a tutti i livelli facciamo un piano per... Ma poi quel piano passa attraverso la pelle della gente, quindi diventa difficile attuarlo. Bisogna essere capaci di dialogare con le persone. Poi ci sono regioni dove l’abusivismo edilizio è stato e continua ad essere dilagante. Alla fine questo si riflette sulle cose”.
Ma se dovesse mettere a processo i primi tre colpevoli?
“Oggi che i buoi sono scappato è fuorviante. Meglio chiedersi: cosa possiamo fare?”.
“Una è fare un patto tra generazioni che dice: non consumiamo più suolo e poco alla volta ci andiamo a togliere dalle situazioni più pericolose. Questo non è affatto facile. Se abbiamo impiegato 60 anni a ‘scassare’ il Paese non è che ce ne mettiamo 15 anni a sistemarlo. Ci vorranno tempi lunghi. Quindi dobbiamo essere convinti delle azioni che dobbiamo fare e portarle avanti, non cambiare la strategia continuamente, anche per convenienze politiche. Decidiamo una volta per tutte che non consumiamo più suolo, parte del suolo che abbiamo degradato o messo in condizione di pericolo lo riconvertiamo. Questo non è facile, ha dei costi anche sociali perché significa dire della gente: lì non ci puoi stare, ti dobbiamo spostare. Questo è difficilissimo in Italia, in altri paesi come Giappone, Australia o Nuova Zelanda è molto più facile”.
Tre anni fa l’alluvione in Emilia Romagna, distruzione e 17 morti, Appennino devastato dalle frane.
“In particolare i due eventi pluviometrici di maggio hanno provocato un disastro. Ispra avevano appena cartografato 684.000 frane in Italia, che sono tantissime. La Regione Emilia Romagna è sempre stata tra quelle che hanno la cartografia più accurata. Quell'evento ha scatenato in 6.500 km² di regione 80.000 frane. Più delle metà si sono verificate in aree che non venivano considerate a rischio. Sostanzialmente è un disastro”.
“Abbiamo imparato la lezione: siamo il paese europeo che ne sa di più sulle frane, ma ancora non ne sappiamo abbastanza. È chiarissimo che ci hanno preso alle spalle”.
E quali sono le ultime scoperte scientifiche per il monitoraggio?
“Adesso alcune tipologie di frane, quelle più lente che che investono edifici o infrastrutture, possono essere monitorate da satellite in modo molto accurato. Esiste un sistema europeo che si chiama Copernicus Ground Motion, serve anche alla subsidenza e ai terremoti e misura con accuratezza la deformazione del suolo, su tutta Europa. Non è che con quello ho risolto tutti i problemi ma sto vedendo le deformazioni negli ultimi 10-15 anni, si può andare indietro fino al ‘97. Questo è un dato eccezionale per sapere come si muovono alcune tipologie di frane”.
Fino a che punto possiamo prevedere?
“Da qualche anno sono disponibili sistemi di previsione delle frane, Emilia Romagna ma anche Lombardia, Piemonte, Liguria, Umbria o gestori di infrastrutture come Rfi si stanno dotando di strumenti che mi dicono: è piovuto tanto, qual è la probabilità che in quel territorio vengano delle frane. Dove siamo ancora molto carenti? Sulle frane indotte dalle precipitazioni sappiamo fare previsioni abbastanza buone. Dove siamo ancora carenti: ma prossimi 40 anni nei prossimi 20 anni dove avverranno le frane in Emilia Romagna, in Umbria o in Calabria? Ecco, in questo caso non abbiamo le informazioni per riuscire a dirlo”.
