Steve Jobs, Wozniak e il futuro visto da un garage di Cupertino: l’origine di Apple (e del pensiero differente)
Steve Jobs e Steve Wozniak al lavoro in un garage trasformato in laboratorio informatico nel 1976 (Ipa)
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C’era già tutto in quella fotografia. Steve Wozniak, a sinistra, guarda la scheda madre dell’Apple I. Steve Jobs, con i baffettini a destra, guarda dritto in camera. Era il primo aprile 1976: cinquant’anni fa. Mezzo secolo di un mito. Troppo facile dire che Jobs guardava il futuro, oggi che la creatura nata in un garage di Cupertino è un colosso da 3.600 miliardi di dollari. Oggi che il futuro si chiama intelligenza artificiale, campo di gioco nel quale Apple non sembra agguerrita quanto competitor come Google, OpenAI, Meta o Amazon.
L’Apple I, costava 666,66 dollari, prezzo diabolico per avere, in sostanza, una scheda madre e il kit di montaggio. I rarissimi modelli ancora funzionanti – ne furono prodotti 200 – valgono attorno ai 400mila dollari. Sono le radici di una storia fatta di tecnologia, affari, flop, successi. E appartenenza. Oggi, con l’iPhone che domina il mercato degli smartphone, può sembrare paradossale, ma per anni utilizzare Apple e i Mac voleva dire riconoscersi in una tribu, quella dei “Think different“, quelli che pensavano in modo differente dalla massa: come Einstein, Picasso, Ghandi. Come Apple iniziò a dirti con una campagna memorabile. Think different, come lo stesso Steve Jobs che – dopo una visita alla Sony – propose ai suoi dipendenti di indossare il maglioncino nero come divisa. Proposta respinta, il maglioncino, lo mise lui e diventò un’icona, facendo surf tra discese ardite e risalite tecnologiche, lasciando un segno persistente e duraturo nell’immaginario.
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Dall’Apple I a iPad e iPhone, 50 anni di prodotii di massa
Apple II fu il primo personal computer di massa e il primo con il logo della mela morsicata. Il Macintosh, siamo nel 1984, introdusse il mouse e le icone dando vita alla storica rivalità con le finestre della Microsoft di Bill Gates. Negli anni ’90-2000 e l’avvento di Internet, l’iMac sposa la rete e con la seconda versione, quella dei Mac colorati, sembra voler dire che i computer hanno anche un sapore. Con iPod e iTunes, Apple cambierà poi il mercato dell’intrattenimento di massa, sarà pioniera dello streaming, del software come servizio, e preannuncerà il mondo delle piattaforme.
Fino a realizzare, con iPad e iPhone, la visione di Jobs ricordata dall’attuale ad di Apple, Tim Cook, in una lettera pubblicata on line per il cinquantesimo anniversario: “Apple è nata dall’idea semplice che la tecnologia dovesse essere personale, e questa convinzione radicale all’epoca ha cambiato tutto”. Una tecnologia che, nella visione di Jobs, si è incarnata in un’attenzione maniacale per la semplicità di utilizzo (la user experience) e la ricerca di un design, ingrediente di un successo che, per anni, non è stato scontato. Anni nei quali trovare un rivenditore Apple, era più ottimismo della volontà che shopping negli attuali Apple Store.
La società fondata con 1.300 dollari presi dalla vendita di un pulmino Volkswagen e una calcolatrice
Cinquant’anni fa il ventunenne Jobs vende il suo pulmino Volkswagen e il ventiseienne Wozniak la sua calcolatrice: incassano 1.300 dollari con i quali fondano la Apple con un terzo socio, Ronald Wayne, 41 anni, il vecchio del gruppo, che abbandonerà dopo solo due settimane. Un contratto preliminare per vendere il primo Apple e la storia è fatta.
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Il primo logo raffigurava Newton seduto sotto un melo
Nasce il primo logo che raffigura Isaac Newton seduto sotto un melo. Rimarrà solo la mela morsicata a segnare una lunga storia aziendale, intrecciata in modo inestricabile, con la figura del fondatore Steve Jobs. Una sorta di semidio per i fan della Mela che non avrebbero mai perso un suo speech o la presentazione di nuovi prodotti. Ma anche un manager iracondo e spietato secondo i detrattori. Un uomo capace di rivoluzionare l’informatica introducendo nel Macintosh caratteri (font) proporzionali, eleganti e leggibili, frutto della sua passione e dello studio per la calligrafia al Reed College.
I flop, la cacciata di Jobs, la Next e il rientro
Un visionario, ma anche un imprenditore cacciato a metà degli anni ’80 dall’azienda che aveva fondato, richiamato in servizio e capace di tornare in sella dopo una decina d’anni e dopo aver fondato la Next e la Pixar, per farne quella che oggi è affidata a Tim Cook: un colosso che deve affrontare l’intelligenza artificiale, ma anche crescenti pressioni regolatorie e le tensioni commerciali e geopolitiche tra l’America di Trump e la Cina, partner fondamentale nell’ascesa contemporanea di Apple, come anche l’India e il Vietnam. Sfide imponenti. Come dimostrare di essere ancora capace di far innamorare i propri clienti. E di essere ancora affamata e folle.
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