Giallo della ricina, Gianni Di Vita e la figlia Alice interrogati dai pm: i tanti “non ricordo” e le versioni “concordanti”. Ecco i 5 punti chiave
Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, uccise con il veleno, accanto al marito e padre e alla figlia maggiore
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La procura di Larino si prepara a cambiare passo. L’avvelenamento da ricina di Pietracatella, piccolo comune del Molise, che ha ucciso Antonella Di Ielsi, cinquant’anni, e sua figlia Sara, 15 anni, tra il 27 e il 28 dicembre, entra in una fase in cui i testimoni diventano indagati e riempiono il fascicolo aperto contro ignoti con l’accusa di duplice omicidio premeditato. Una trentina di persone, familiari compresi, sono state finora sentite soltanto come persone informate sui fatti. Un equilibrio fragile che la procuratrice Elvira Antonelli sembra decisa a rompere.
Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara, ha passato sei ore di fronte agli inquirenti. Sua figlia Alice, 19 anni, altre quattro. Interrogatori-fiume. L’ex sindaco di Pietracatella, commercialista, già tesoriere regionale del Pd, si dice “tranquillissimo e addolorato”. Ma davanti alla pm ha ripetuto spesso due parole: non ricordo. Le versioni di padre e figlia sarebbero concordanti. Eppure, questa sintonia, anziché rassicurare gli investigatori, ha lasciato aperti interrogativi che gli inquirenti non riescono a sciogliere.
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Un nuovo giro di audizioni è già nell’aria. E poi c’è la cugina convocata, a sorpresa, alle venti per quasi due ore, una donna sulla quarantina che Alice chiama “zia” e presso cui padre e figlia si sono trasferiti dopo la tragedia.
Il giallo della ricina presenta allo stato cinque punti che non tornano. Uno. Il veleno, ipotizzano gli inquirenti, sarebbe stato somministrato tra la sera del 23 e il 24 dicembre. Quella sera Alice non era a casa: era uscita con gli amici per una pizza. Come scriveva Agatha Christie — che di veleni sapeva tutto — il delitto perfetto non fa rumore. Chi ha agito conosceva le abitudini della famiglia e sapeva chi sarebbe rimasto a tavola quella sera.
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Due. Gianni Di Vita ha accusato malori, ma i medici dello Spallanzani non hanno trovato tracce di ricina nel suo sangue. Eppure, da subito non ricordava cosa avesse mangiato quella sera con moglie e figlia. Una strana amnesia. Tre. La ricina non si compra al supermercato. Ottenerla per vie legali è praticamente impossibile: è monitorata a livello ministeriale, tracciata, controllata. Chi voleva procurarsela ha quasi certamente percorso strade clandestine: il dark web, criptovalute, canali che lasciano impronte. La polizia postale è già al lavoro.
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Quattro. Una delle ipotesi più inquietanti riguarda le strenne natalizie ricevute dalla famiglia: conserve, prodotti alimentari, bottiglie. Il veleno potrebbe essere stato introdotto in uno di questi doni, consegnato da qualcuno con accesso alla cerchia familiare dei Di Vita. Cinque. “Sin dall’inizio ho avuto la sensazione che qualcosa non tornasse. L’evoluzione del quadro clinico era troppo rapida, anomala”, dice Vincenzo Cuzzone, direttore della Rianimazione dell’ospedale Cardarelli di Campobasso. Eppure, sono passati mesi prima di arrivare alla scoperta della ricina. Dando così tempo all’assassino di cancellare prove.
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