Trump e la solitudine del numero uno. Se anche lo Sri Lanka dice no ai jet Usa
Donald Trump alla Casa Bianca (Ansa)
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Roma, 20 marzo 2026 – Chi mi ama, mi segua, recita un vecchio adagio. Il problema è che stavolta gli USA stanno andando avanti da soli, a parte ovviamente Israele che, più che un alleato, sembra un partner in crime. Non solo la comunità internazionale non ha applaudito alla guerra contro l’Iran. Se gli alleati storici si stanno defilando, anche il resto della comunità internazionale prende le distanze da Washington.
L’Europa preferisce parlare, rimanere equidistante e se da una parte condanna l’Iran e invoca il diritto internazionale, dall’altra se ne guarda molto bene dall’entrata nel conflitto. Anzi, sta cercando di fare il possibile perché finisca in fretta.
Davide contro Golia, il caso dello Sri Lanka
Lo Sri Lanka ha tirato fuori un coraggio da leone, roba da Davide contro Golia e, pena venire sommerso dal dazi trumpiani, ha detto no agli Stati Uniti volevano trasferire due aerei da guerra armati con otto missili antinave all’aeroporto di Mattala, tra il 4 e l’8 marzo. A rivelarlo è stato il presidente Anura Kumara Dissanayake in persona. Poco entusiasta al pensiero che il suo Paese diventi un posteggio di guerra.
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Persino la Svizzera, patria per eccellenza della neutralità, ci ha messo la faccia. Il Consiglio federale ha deciso di non autorizzare più esportazioni di materiale bellico verso gli Stati Uniti, per evitare che l’Iran possa considerarli complici degli USA.
L’irritazione di Erdogan che vuole restarne fuori
Turchia, Egitto e Pakistan non solo non si schierano. Da Ankara raccontano di un presidente Erdogan oltremodo irritato, che aveva previsto una situazione difficile e cercato di dissuadere Trump e che adesso si trova a fare i conti con una crisi energetica e possibile crisi migratoria della quale avrebbe fatto volentieri a meno. E, insieme con Islamabad, continua a tessere un dialogo con Teheran nella speranza di portare tutti al tavolo. Non solo. La Turchia, che rappresenta il secondo esercito della Nato, ha detto chiaramente che dalla guerra resta fuori, facendo capire al resto del Patto Atlantico che è meglio fare altrettanto.
Le accuse dal Libano e la Russia che si sfrega le mani
Ma Trump non riesce a trovare appoggi nemmeno in Medioriente e nel Golfo, fra i Paesi colpiti direttamente dall’Iran. Anzi, il Libano ha accusato, non a torto, sia Washington che Tel Aviv di aver trascinato in un conflitto dagli esiti potenzialmente devastanti. Arabia Saudita, Emirati, Qatar: tutti parlano di de-escalation. Non per improvvisa conversione pacifista, ma perché l’Iran anche dopo la fine della guerra avrà una potenza di fuoco della quale faranno le spese per primi loro.
Infine, c’è chi al pensiero della guerra si sfrega le mani. Per la Russia più dura il conflitto meglio è, fra il prezzo del petrolio alle stelle e Putin che può fare quello che vuole in Ucraina. La Cina è preoccupata per una crisi energetica che avrà nel breve termine, ma si prepara a sfruttare la situazione. Pechino ha inviato suoi emissari nella regione per offrire coordinazione e presentarsi come alternativa credibile a Washington, continuando a coordinarsi anche con la Russia.
Rimane solo da vedere quanto impiegherà il presidente Trump a capire che, in un mondo sempre più complesso, gli Stati Uniti non sono più l’unico attore a poter decidere gli assetti e nemmeno più una potenza che possa richiedere obbedienza assoluta.
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