La partita per la successione di Khamenei, chi è il favorito. I nove nomi da cui dipende il destino dell’Iran /
L'ayatollah Alireza Arafi favorito per la successione di Khamenei (Dire)
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Roma, 1 marzo 2026 – Il chierico, la coppia di fratelli, il burocrate, il figlio di papà e il cognome più pesante di tutti. Nella corsa alla successione dell’ayatollah Khamenei non mancano davvero i pretendenti. Il processo di transizione dovrebbe essere ragionevolmente breve. Da Teheran dicono che saranno pronti in due giorni. La Guida Suprema sapeva di essere molto anziano e aveva pensato al futuro dopo di lui già da tempo. Bisogna vedere quanto le sue volontà saranno rispettate dai vari ambiti del complesso sistema di potere iraniano. Intanto, ecco quali sono i più papabili.
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Alireza Arafi al momento è il favorito delle previsioni, perché il suo profilo coniuga sia l’aspetto religioso sia l’integrazione nell’apparato. Nato nel 1959 a Meybod, formatosi interamente nelle hawza di Qom, ha costruito la propria carriera lontano dalla spettacolarizzazione politica, consolidando invece il controllo sull’infrastruttura educativa sciita globale. Siede sia nel Consiglio dei Guardiani sia nell’Assemblea degli Esperti, cioè nei due snodi che filtrano e decidono la leadership. Il suo vantaggio principale è non minacciare nessuna fazione: è abbastanza conservatore per rassicurare i Pasdaran e abbastanza clericale per soddisfare il requisito religioso.
I fratelli Larijani sono quasi in cima e in fondo alla classifica. Sadeq Amoli Larijani, il più giovane, rappresenta il candidato dell’élite consolidata. Nato nel 1960 a Najaf, filosofo islamico e ayatollah di formazione classica, ha guidato la magistratura per un decennio cruciale segnato da proteste interne e irrigidimento del regime. Oggi presiede il Consiglio per il Discernimento dell’Interesse del Regime ed è membro dell’Assemblea degli Esperti, posizione che gli consente di partecipare direttamente alla scelta del successore. Possiede rango religioso, esperienza di potere reale e una rete familiare profondamente radicata nello Stato rivoluzionario. Ma porta un cognome che divide. I Larjiani per alcuni sono troppo potenti già così e c’è anche una questione legata al suo personale consenso interno, che è molto basso per il suo essersi tenuto sempre lontano dalla scena. Il fratello maggiore, Alì possiede relazioni profonde in tutte le istituzioni dello Stato ma non il rango religioso richiesto. Il suo ruolo più realistico è quello di regista politico della transizione o di garante civile accanto a una guida clericale più debole.
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Le chance di Bushehri
Hashem Hosseini Bushehri è un candidato molto ben visto dall’apparato religioso, ma non particolarmente carismatico. Nato nel 1956, figura centrale del seminario di Qom e membro influente dell’Assemblea degli Esperti, ha ricoperto ruoli di guida nelle istituzioni seminariali e nella rappresentanza religiosa ufficiale, costruendo reputazione di equilibrio e disciplina dottrinale. Ma non è un uomo di apparato militare né un politico divisivo. Una caratteristica che potrebbe trasformarsi in un pregio se le fazioni non riuscissero a convergere su nomi più forti.
Mohsen Araki, nato nel 1955 a Najaf e formato tra Iraq e Iran, combina invece legittimazione teologica e durezza ideologica. Ha avuto incarichi religiosi internazionali e ruoli nei principali organi di sistema, inclusa l’Assemblea degli Esperti. È considerato vicino alle correnti più rigide della rivoluzione islamica e gode di credibilità tra ambienti securitari che vedono nella fase attuale una lotta esistenziale contro pressioni interne ed esterne. Una sua elezione significherebbe che l’Iran ha scelto la linea dura e non è disponibile a mediazioni.
L’opzione politico-securitaria
Gholamhossein Mohseni Ejei rappresenta il possibile slittamento verso una leadership dominata dall’apparato di sicurezza. Nato nel 1956, lunga carriera tra ministero dell’intelligence e magistratura fino alla guida del potere giudiziario, è uno degli uomini più informati e temuti del sistema. Non possiede il profilo teologico più elevato, ma garantisce continuità repressiva e coordinamento con i Pasdaran. La sua eventuale ascesa implicherebbe una trasformazione sostanziale della funzione della Guida: meno autorità religiosa autonoma e più vertice politico-securitario sostenuto da una legittimazione clericale adattata.
Mojtaba Khamenei. Per molti il secondogenito del defunto è un predestinato, ma il suo nome lascia dei dubbi a tutti. Nato nel 1969, ha accumulato negli anni un potere informale significativo attraverso il controllo dei canali interni del Bayt e i rapporti con settori dei Pasdaran e della sicurezza. Non è tra i massimi marja religiosi, ma dispone di reti decisive. La sua eventuale nomina segnerebbe una svolta quasi dinastica, problematica per la narrativa anti-monarchica della Repubblica islamica.
Mohsen Qomi appartiene alla categoria dei candidati silenziosi ma sistemici. Religioso di fiducia dell’ufficio della Guida e membro dell’Assemblea degli Esperti, ha operato per anni nei rapporti tra leadership religiosa, università e proiezione ideologica esterna. Non è una figura carismatica, ma conosce intimamente i meccanismi decisionali. Potrebbe emergere come scelta tecnica qualora i nomi principali risultassero troppo divisivi.
Ali Asghar Hejazi è l’outsider della situazione: uomo di intelligence e figura chiave dentro l’ufficio della Guida, gestore di dossier sensibili e collegamento con gli apparati di sicurezza. Non possiede la statura religiosa necessaria, quindi la sua ascesa diretta resta improbabile; tuttavia è uno dei profili più rilevanti come kingmaker, cioè come figura capace di orientare la scelta finale e garantire l’allineamento delle strutture coercitive.
Il nipote di Khomeini
Hassan Khomeini è il fratello di Alì. Il suo cognome parla da solo, ma è ingannevole. Nipote del fondatore della Repubblica islamica, religioso con immagine relativamente moderata, potrebbe teoricamente riattivare la legittimità rivoluzionaria originaria del sistema. Ma ha rapporti complessi con l’ala ultraconservatrice e deve fare i conti con la diffidenza degli apparati militari.
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