La guerra non è una bella notizia per le Big Tech Usa: perché Trump rischia un effetto boomerang
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Roma, 7 marzo 2026 – Molti analisti militari ritengono che gli Usa e Israele abbiano fatto male i loro calcoli e che questa guerra potrebbe essere più lunga e difficile del previsto. Ma c’è un’altra valutazione che per Washington rischia di rivelarsi deleteria tanto quella militare, se errata. Il conflitto sta iniziando a mettere sotto pressione gli investimenti in Intelligenza Artificiale previsti per la regione del Golfo e che erano forniti praticamente solo dalle Big Tech Usa. Proprio nei primi mesi della presidenza Trump si sono visti i più grandi imprenditori del digitale stringere accordi faraonici, resi possibili anche dagli enormi capitali a disposizione. Ma adesso rischia concretamente di saltare tutto.
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I governi del Golfo sotto pressione
L’escalation militare con l’Iran finisca per mettere sotto pressione anche questo ecosistema tecnologico. Da un lato la crescente instabilità regionale potrebbe spingere i governi del Golfo a dirottare risorse verso la sicurezza e la difesa, rallentando i grandi progetti tecnologici. Dall’altro lato Washington potrebbe diventare più prudente nel trasferimento di tecnologie sensibili in una regione esposta a tensioni militari e a una forte competizione geopolitica. I sistemi di intelligenza artificiale, adesso sono considerati una vera e propria infrastruttura sensibile e quindi occorre fare ancora più attenzione con chi vengono condivisi. Soprattutto se si conta il fatto che il Golfo ha accolto Trump trionfalmente, ma mantiene ottimi rapporti anche con la Cina.
Investimenti arabi pari a 5mila miliardi di dollari
Certo, per i boss delle Big Tech, fra cui ci sono anche finanziatori della campagna elettorale del tycoon, non sono belle notizie. Gli Emirati hanno lanciato programmi ambiziosi per diventare uno dei principali hub mondiali dell’intelligenza artificiale, finanziando università specializzate, centri di calcolo e collaborazioni con grandi aziende tecnologiche statunitensi. Anche l’Arabia Saudita ha inserito l’AI tra i pilastri della strategia Vision 2030, con investimenti miliardari destinati allo sviluppo di infrastrutture digitali, robotica e sistemi di analisi dei dati. Una parte consistente di questi progetti è stata realizzata proprio grazie a partnership con imprese e investitori americani. Che adesso potrebbero essere ritirate.
C’è poi un altro aspetto a cui Trump dovrebbe fare molta attenzione: il gigantesco flusso di capitali provenienti dagli Stati del Golfo verso il suo Paese. Un sistema di investimenti che negli ultimi anni ha mobilitato migliaia di miliardi di dollari e che ora potrebbe entrare in una fase di revisione strategica. Le grandi monarchie del Golfo hanno costruito nel tempo enormi fondi sovrani alimentati dai proventi di petrolio e gas. Questi fondi sono stati utilizzati per acquistare partecipazioni in aziende tecnologiche, infrastrutture, immobili e mercati finanziari soprattutto negli Stati Uniti e in Europa. Nel complesso si tratta di un patrimonio che sfiora i 5.000 miliardi di dollari e che per decenni ha rappresentato uno degli strumenti principali con cui queste economie hanno cercato di diversificare le proprie entrate oltre gli idrocarburi.
L’escalation militare con l’Iran rischia però di cambiare le priorità. Secondo fonti citate dal Financial Times e riprese da diversi media internazionali, almeno tre delle principali economie del Golfo stanno discutendo la possibilità di rivedere parte degli investimenti all’estero o di rallentare nuovi impegni finanziari. La ragione è semplice: la guerra sta aumentando la pressione sui bilanci statali e costringendo i governi a concentrare più risorse sulla stabilità interna e sulla sicurezza. La durata della guerra sarà fondamentale anche per capire quanto continueranno a investire negli Usa.
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