Ricostruire o arretrare? Dopo il ciclone Harry l’Italia è a un bivio tra due modi di stare dentro la crisi climatica
A fine gennaio, il ciclone Harry ha investito la costa ionica della Sicilia con mareggiate violente e venti impetuosi. Un evento che fino a pochi anni fa avremmo archiviato come eccezionale. Oggi, invece, è la misura di un cambiamento che non possiamo più permetterci di considerare anomalo. Lungomare sventrato, stabilimenti balneari cancellati, tratti di ferrovia interrotti, scogliere appena realizzate disarticolate in poche ore. Tra Sant’Alessio Siculo e Alì Terme l’acqua è arrivata fin sotto le case, in quella città lineare lunga quattordici chilometri e larga, in molti tratti, poco più di cento metri. Non è stata solo una tempesta: è stata la dimostrazione plastica di quanto fragile sia diventata una costa trasformata in un bordo rigido, compressa tra mare e infrastrutture, privata di spazio e respiro.
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Parola d’ordine: ricostruzione
Eppure, il giorno dopo, la parola più pronunciata non è stata “adattamento”. È stata “ricostruzione”. Un miliardo di euro annunciato, destinato a crescere, per rifare case sul mare, passeggiate, ristoranti, stabilimenti balneari. Molti già danneggiati in passato. Molti già difesi con scogliere costate milioni e completate appena pochi mesi fa. Spazzate via.
Il problema è proprio questo: continuiamo a chiamare emergenza ciò che emergenza non è più. Se un evento si ripete con frequenza crescente, se era previsto dai modelli climatici, se si inserisce in una........
