Vent'anni senza fuoriclasse: dopo Pirlo l’eclissi
Italia, 20 anni senza campioni: dopo Pirlo l’eclissi. Manca la formazione tecnica: bisogna ripartire dal basso
Italia, 20 anni senza campioni: dopo Pirlo l’eclissi. Manca la formazione tecnica: bisogna ripartire dal basso
Decenni senza stelle, nessun azzurro decide le partite’. Dal mondiale 2006 il crollo italico e con l’illusione dell’Europeo 2021. Il problema parte dal basso: premiato il fisico e non il talento
Benjamin Tahirovic della Bosnia Herzegovina in azione contro Pio Esposito dell'Italia durante le qualificazioni dei Mondiali 2026
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Bologna, 1 aprile 2026 – Una volta c’erano Bobo Vieri, Alex Del Piero, Roberto Baggio, Francesco Totti, e qualcuno ce lo dimentichiamo, tutti giocatori in grado di decidere una partita, infilare in rete la palla decisiva, quella della vita, un tiro, un cross, un dribbling, oppure un rigore, come Francesco contro l’Australia. Una abbondanza che oggi porterebbe l’Italia ai mondiali e anche con fondate chance di vittoria. C’era talmente tanto materiale che i vari commissari tecnici non ci dormivano la notte, perché si rendeva necessario escludere dei campioni.
Basti pensare alle staffette Mazzola-Rivera, oppure al mondiale 1998 dove si alternarono Baggio e Del Piero, senza dimenticare in precedenza i Vialli, Mancini, Zola, Signori e tanti altri che in nazionale non hanno avuto una grande continuità, nella perenne concorrenza con attaccanti di assoluto valore, che davano all’Italia due nazionali e non solo una.
Anche un Alino Diamanti, bel mancino transitato dal Bologna e decisivo contro l’Inghilterra agli Europei 2012, oggi farebbe la differenza. Ecco, se si guarda la cronologia, dal mondiale 2006 vinto e ultima apparizione italica in un tabellone a eliminazione diretta (nel 2010 e nel 2014 uscimmo ai gironi), probabilmente l’unico vero campione costruito dal nostro calcio è stato Andrea Pirlo, capace di imporsi, con tanti trofei, sia al Milan che alla Juve.
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Le altre squadre hanno i campioni, noi no
Nel corso degli anni abbiamo visto le altre nazionali sfrecciare, sverniciarci, sorpassarci sia come struttura federale sia come costruzione dei campioni tramite i settori giovanili. E se certe compagini sono state storicamente di forte tradizione calcistica, a esempio Argentina, Brasile, Germania, Francia, Spagna, altre lo stanno diventando. Per esempio la Norvegia che ci ha massacrato e non è più solo una nazione invernale, con lo sci di fondo a farla da padrone. No, loro un Erling Haaland lo hanno creato e anche con il club ci hanno mandato a casa (Bodo-Inter doveva essere un presagio). Pure la Svizzera ci ha fatto le scarpe agli ultimi europei, perché Dan Ndoye, che non è Lionel Messi, ha saputo fare la differenza mentre i nostri no.
Così, mentre in Europa e in Sudamerica la tradizione continua e i campioni sbocciano, noi siamo rimasti al palo. La Francia da anni si appoggia su Mbappè, ma l’attaccante del Real Madrid non è il solo e anche giocatori come Barcolà, Doué, Cherki, Olise noi ce li sogniamo, la Spagna continua a costruire dai giovani e Lamine Yamal ne è l’esempio, ma già a Euro 2021, quando la sfangammo ai rigori, ci avevano insegnato come fare calcio con i vari Pedri e Dani Olmo.
La Germania, da cui dovremmo prendere esempio, dato che pure là ci sono ampie comunità costruite sull’immigrazione, è rimasta ai vertici con un continuo ricambio generazionale e oggi si gode i Jonathan Tah, i Florian Wirtz e i Serge Gnabry e ha già in Nick Woltemade il futuro. Inutile parlare dell'Argentina, che ha avuto Messi come erede di Maradona e oggi possiede il diciottenne Mastantuono pronto a ricalcarne le orme. Pure la Bosnia, che ci ha sconfitto, ha messo in mostra un diciottenne molto interessante come Kerim Alajbegovic. Noi, invece, chiudiamo lo spareggio quasi senza attaccanti e senza giocatori in grado di battere un rigore.
Italia senza programmazione: come si disperde il talento
A distanza di quindici anni, si parla ancora del famoso dossier creato e firmato da Roby Baggio per riformare e rifondare il calcio italiano. Idee cadute nel dimenticatoio, speriamo non in prescrizione, dato che all’epoca la Figc decise di non finanziarle. Di certo, il sistema calcio deve ripartire dal basso, dai giovani, ma soprattutto dai formatori. L’attuale conformazione non funziona ed è basata troppo sulla tattica e il fisico e non più sulla tecnica.
Spesso i ragazzini meno dotati fisicamente vengono scartati a discapito di quelli più robusti e forti, ma così si rischia di perdere i più talentuosi con la palla, perché il sistema tende a privilegiare il risultato e non la formazione di nuovi calciatori. Servirebbe, forse, ripartire dalle scuole, portando nell’orario giornaliero un maggior numero di ore dedicate allo sport, in affiancamento allo studio, creando strutture ricettive per tutti e alleviando il carico economico sulle società dilettantistiche e sulle famiglie.
La cosa più importante, però, è lasciare liberi i ragazzini di divertirsi, senza l’assillo del risultato, come accade in Norvegia dove il programma giornaliero prevede ogni giorno sport nel dopo scuola e totale assenza di risultati fino all’età adolescenziale. È il modo più utile per evitare che i bambini lascino lo sport sotto il peso schiacciante del risultato a ogni costo, perdendo la vera natura ludica dell’attività motoria.
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Ecco allora che un sistema come quello italiano, che ha introdotto le retrocessioni pure nel campionato primavera, non può funzionare, perché mette al primo posto il risultato rispetto alla formazione di giocatori del futuro, privilegia la classifica di cui rendere conto al dirigente apicale piuttosto che la promozione in prima squadra di due o tre giocatori dalle giovanili. Un aspetto, questo, che farebbe risparmiare i club più avveduti e capaci di costruirsi in casa il futuro senza dover spendere vagonate di soldi per acquistare giocatori dall’estero.
Ai ragazzini, inoltre, va concesso un utilizzo del pallone inizialmente scevro da sofismi tattici, in un periodo formativo per la tecnica e non per la tattica, che possa fungere alla creazione di una qualità di base utile alla ricerca del talento vero e puro, quello che magari si perde col tempo nelle maglie di un sistema che non premia il merito.
Merito, invece, che i cosiddetti ‘altri sport’ sono riusciti a creare e scovare. Volley, sci, biathlon, sport su ghiaccio, tennis, finanche Formula 1, tutte discipline che oggi dovrebbero prendersi le prime pagine e che mietono successi su successi, relegando il calcio a paradigma del fallimento gestionale. Il tutto mentre il presidente federale sembra non aver capito la gravità della situazione. Leggi anche - Naufragio Italia, la Bosnia va ai mondiali ai rigori
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