Finti pescherecci e sommozzatori, gli iraniani si muovono come spettri
La Mayuree Naree squarciata da un attacco iraniano nello Stretto di Hormuz (Ansa)
Articolo: Guerra Iran, le notizie economiche. Il petrolio impenna, poi frena. Il blocco di Hormuz fa paura. Superpetroliere verso il Mar Rosso: rischio Houthi
Articolo: Le mine nello Stretto di Hormuz sono un problema per la Marina Usa: ha rottamato i dragamine
Articolo: Dove possono arrivare i missili iraniani: la mappa con le distanze. Allerta Sigonella, faro Nato sul Muos di Niscemi
Roma, 12 marzo 2026 - Il comando militare iraniano ha dichiarato mercoledì che il mondo deve prepararsi a un aumento del prezzo del petrolio fino a 200 dollari al barile. Non solo una minaccia propagandistica, ma uno scenario che si può definire plausibile. Dopo che l’Iran ha annunciato il blocco navale dello stretto di Hormuz, da cui transita ogni giorno circa il 20% della produzione mondiale di petrolio, i prezzi dell’oro nero sono schizzati a 100 dollari al barile. Un ulteriore incremento potrebbe verificarsi qualora la chiusura dovesse protrarsi nel tempo e le rotte alternative, come quelle del Mar Rosso, si rivelassero a loro volta insicure, anche a causa dell’ombra degli attacchi degli Houthi.
Un blocco sul filo del diritto internazionale
Il ruolo delle mine nello Stretto
I mezzi rudimentali di Teheran: anche piccoli battelli
Sminare un’operazione lenta e complessa
Il Mar Rosso: un'alternativa allo stretto di Hormuz?
Un blocco sul filo del diritto internazionale
Il blocco navale imposto da Teheran, tuttavia, non può considerarsi pienamente legale. Il Manuale di Sanremo sul diritto internazionale applicabile ai conflitti armati in mare (1994) prevede infatti che l'interdizione venga formalmente dichiarata e notificata alle parti coinvolte e agli Stati neutrali. Nel caso dello Stretto di Hormuz, però, non risulta che l’Iran abbia emesso una dichiarazione ufficiale con i dettagli previsti dal diritto internazionale.
Le autorità militari iraniane si sarebbero limitate a trasmettere avvisi alle navi e a minacciare attacchi contro chi tentasse di attraversare lo stretto, creando di fatto una situazione di blocco. Inoltre, lo Stretto di Hormuz è considerato uno stretto internazionale. Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Articolo 38, ndr), negli stretti utilizzati per la navigazione internazionale deve essere garantito il cosiddetto diritto di passaggio in transito, che consente alle navi di attraversare lo stretto in modo continuo e rapido tra due mari aperti e che, in linea di principio, non può essere impedito dagli Stati costieri. Come fa dunque l’Iran a interdire il passaggio delle navi? Attivando un blocco di fatto. La strategia consiste nel rendere lo stretto così pericoloso da scoraggiare qualsiasi tipo di transito. Diverse agenzie, tra cui Reuters, riferiscono che i Pasdaran sarebbero impegnati nel disseminare mine nello stretto, ma minacciano anche l’uso di missili antinave e attacchi diretti contro le navi mercantili.
Il ruolo delle mine nello Stretto
Le mine navali sono ordigni esplosivi autonomi progettati per distruggere imbarcazioni o negare l’accesso a determinate aree marittime, funzionando di fatto come barriere invisibili operative ventiquattr’ore su ventiquattro. Possono attivarsi per contatto diretto, quando lo scafo di una nave urta i sensori della mina, oppure tramite sistemi più sofisticati capaci di rilevare le firme magnetiche, acustiche o di pressione generate dal passaggio di un’imbarcazione. Secondo studi della Marina statunitense, le mine sono tra le armi che negli ultimi decenni hanno causato più danni alle navi militari, superando qualsiasi altro tipo di attacco dalla Seconda guerra mondiale.
I mezzi rudimentali di Teheran: anche piccoli battelli
Nonostante le operazioni militari statunitensi abbiano distrutto diverse unità navali iraniane adatte alla posa di mine, Teheran può collocare questi ordigni anche con mezzi molto più rudimentali. Spesso vengono utilizzati piccoli battelli simili a normali pescherecci o squadre di sommozzatori, una sorta di milizia marittima informale difficilmente individuabile. L’impiego di mine nello Stretto di Hormuz rappresenta uno dei pilastri della strategia di guerra asimmetrica dell’Iran: un modo per minacciare una delle principali arterie energetiche del pianeta senza dover disporre di una grande marina convenzionale. La prospettiva di migliaia di ordigni, dalle più semplici mine da contatto ai modelli più sofisticati basati su sensori, è sufficiente a trasformare lo stretto in una potenziale “zona proibita” per il traffico commerciale, facendo impennare i costi assicurativi e costringendo molte petroliere a fermarsi o deviare la rotta.
Sminare un’operazione lenta e complessa
L’obiettivo principale di queste armi non è necessariamente affondare un gran numero di imbarcazioni, ma interdire un’area, interrompere il traffico marittimo e creare incertezza nei mercati energetici globali. La sola minaccia delle mine può scoraggiare le compagnie di navigazione dal transitare nello Stretto di Hormuz e costringere le marine occidentali a organizzare costose missioni di scorta e sminamento. La rimozione delle mine richiede infatti operazioni lente e complesse: le navi militari utilizzano sonar e sistemi robotici per individuare e neutralizzare gli ordigni uno alla volta, spesso con l’ausilio di veicoli navali senza equipaggio progettati specificamente per questo tipo di operazioni.
Il rischio delle mine navali non è nuovo nella regione. Durante la guerra tra Iran e Iraq negli anni Ottanta, nel cosiddetto conflitto delle petroliere, questi ordigni causarono numerosi incidenti nel Golfo Persico. Nel 1988 la fregata statunitense USS Samuel B. Roberts fu gravemente danneggiata dopo aver urtato una mina iraniana, episodio che spinse l’amministrazione del presidente Ronald Reagan a lanciare l’operazione militare Praying Mantis contro obiettivi iraniani. E oggi si rischia che queste armi tornino a rappresentare una minaccia diretta per il commercio energetico mondiale.
L’Iran possiede mine magnetiche applicabili direttamente da sommozzatori allo scafo delle navi. Il suo arsenale comprende diversi tipi di ordigni, dalle versioni più semplici, progettate per galleggiare o essere ancorate al fondale relativamente poco profondo del Golfo Persico, a modelli più sofisticati basati su sensori magnetici, acustici o di pressione. Tra queste figura la Maham-1, una mina di forma circolare sviluppata negli anni Ottanta, dotata di sensori sporgenti che possono innescare l’esplosione al contatto con lo scafo di una nave.
L’ordigno può contenere fino a circa 120 chilogrammi di esplosivo ed è collegato al fondale tramite catene o sistemi di ancoraggio. Accanto a queste mine di contatto relativamente semplici, Teheran dispone di modelli più avanzati come la Maham-2, una mina da fondale che utilizza sensori magnetici o acustici per rilevare il passaggio di un’imbarcazione e può trasportare fino a circa 350 chilogrammi di esplosivo, quantità sufficiente a danneggiare gravemente grandi petroliere.
Un altro ordigno diffuso è la Sadaf-02, una mina ancorata derivata da modelli sovietici, con una carica di oltre 100 chilogrammi di esplosivo e progettata per esplodere al contatto con lo scafo delle imbarcazioni. Secondo rapporti del U.S. Naval Intelligence e del Congressional Research Service, l’arsenale iraniano includerebbe inoltre mine di origine o derivazione russa e cinese, tra cui varianti delle M-08 e delle MDM-6 sovietiche, progettate per colpire navi di grandi dimensioni, oltre a mine da fondale più sofisticate basate su tecnologia cinese, come la EM-52, capace di detonare sotto la chiglia sfruttando sensori magnetici e acustici. Gran parte di queste tecnologie sarebbe stata acquisita tra gli anni Ottanta e Novanta attraverso forniture straniere o trasferimenti di know-how, per poi essere progressivamente adattata e prodotta localmente. Questo tipo di dispositivi è particolarmente efficace nelle acque poco profonde del Golfo Persico e viene spesso considerato uno strumento efficace per l’imposizione di blocchi marittimi, poiché anche un numero relativamente limitato di mine nei corridoi di navigazione può rendere estremamente rischioso il transito delle navi commerciali.
Il Mar Rosso: un'alternativa allo stretto di Hormuz?
Con lo Stretto di Hormuz sotto pressione e i prezzi del petrolio alle stelle, una delle poche soluzioni plausibili per mantenere in movimento le esportazioni sembrerebbe quella di spostare parte del traffico verso il Mar Rosso. La compagnia statale saudita Saudi Aramco, per esempio, sta cercando di dirottare una quota del greggio verso il porto di Yanbu utilizzando l’oleodotto est-ovest che attraversa l’Arabia Saudita. Un’operazione tutt’altro che semplice. Non solo la riorganizzazione delle rotte richiede tempo e complessi spostamenti logistici delle petroliere tra i terminali del Golfo e quelli sul Mar Rosso, ma la rotta alternativa presenta anche rischi di sicurezza: proprio il Mar Rosso è infatti diventato negli ultimi anni uno dei principali teatri di attacchi contro il traffico commerciale da parte dei ribelli Houthi sostenuti dall’Iran, che hanno preso di mira navi mercantili e petroliere nell’ambito della guerra regionale seguita al conflitto tra Israele e Hamas.
Una prospettiva che tuttavia non sembra preoccupare più di tanto i vertici della compagnia saudita. "Non appena i porti hanno iniziato a chiudere, abbiamo aumentato la produzione attraverso l’oleodotto Est-Ovest, che ha una capacità fino a sette milioni di barili al giorno, la maggior parte destinata all’export", ha dichiarato ieri l’amministratore delegato e presidente di Saudi Aramco, Amin Nasser, durante una call con gli investitori successiva alla pubblicazione dei risultati trimestrali. Nasser ha aggiunto che circa due milioni di barili al giorno saranno destinati alle raffinerie già operative nelle regioni occidentali del paese, lasciando circa cinque milioni di barili al giorno disponibili per l’esportazione. "Dovremmo raggiungere la piena capacità nel giro di pochi giorni. Tutto dipende dal riposizionamento delle petroliere dai terminali orientali a quelli occidentali", ha spiegato.
© Riproduzione riservata
