Montezemolo, il calcio e la Nazionale: “Serve una rivoluzione culturale. Non è sufficiente cambiare i vertici”
Luca Cordero di Montezemolo con Totò Schillaci
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“Le dimissioni di Gravina, Buffon e Gattuso erano purtroppo inevitabili, dopo il fallimento. Ma da appassionato di calcio mi lasci dire una cosa: credere sia sufficiente cambiare i vertici è solo una illusione destinata a precedere altre disfatte”.
Luca Cordero di Montezemolo è l’uomo che riportò la Ferrari sul tetto del mondo dopo ventuno anni di sconfitte. Il parallelo tra Nazionale Azzurra e Nazionale Rossa ovviamente non gli sfugge. Per di più, nel remoto 1990 fu manager di Italia 90, quando Baggio e Schillaci facevano sognare il Bel Paese.
Avvocato, debbo subito chiederle un parere sulla ipotesi Malagò per la presidenza della Figc…
“E io mi avvalgo della facoltà di non rispondere”.
“Vede, io sono da sempre amico di Giovanni, ma qui occorre spiegare bene una cosa”.
“La crisi del nostro calcio non si risolve con un elenco di nomi. Qui serve un progetto figlio di una visione. Di più: è indispensabile una rivoluzione culturale”.
Montezemolo in versione Mao mi mancava.
“Ecco, bravo, dobbiamo essere pronti a una sfida che è una lunga marcia. Se non andiamo ai Mondiali dal 2014, beh, non possiamo e non dobbiamo affidarci a soluzioni miracolistiche. La bacchetta magica non ce l’ha nessuno”.
Bene, comandante Mao, pardon, Montezemolo. Da dove partiamo?
“Primo punto: studiare con umiltà la lezione della Germania, che ha superato il suo disagio calcistico con un progetto intelligente. Non è un limite copiare dagli esempi giusti”.
“Poi è indispensabile rovesciare i meccanismi mentali che governano i nostri settori giovanili. Ma le pare possibile che le famiglie debbano pagare per mandare i bambini a scuola calcio? Questa è una follia sotto tutti i punti di vista! Il pallone deve essere allegria, libertà, divertimento. Con l’alibi della professionalità abbiamo creato un disastro”.
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Quindi c’è un deficit a livello di formazione.
“Non solo. Buona parte degli allenatori, sin dalle squadre dei pulcini, vivono con l’ossessione del risultato. Perché se vincono con i monelli poi magari fanno carriera, salgono di livello. È sbagliato, ai minorenni devi trasmettere la gioia del gioco”.
“Vaste programme“, vasto programma, direbbe il generale De Gaulle, visto che siamo partiti da Mao.
“Aspetti, non ho finito. Lei non trova ci siano troppi stranieri nelle nostre squadre, in serie A come in serie B e talvolta pure in C?”.
Sì, avvocato, ma ci sono leggi comunitarie da rispettare sulla libera circolazione dei lavoratori, eccetera.
“Un attimo, le leggi si rispettano, però la Figc dovrebbe stilare un patto d’onore con le Leghe dei club. Si stabilisce che in campo ci debbano comunque essere quattro titolari convocabili in Nazionale. Non è impossibile, se si condivide l’obiettivo. Vede, io non sono per le frontiere chiuse, ma contesto l’eccesso di esterofilia. Siamo pieni di stranieri che non sono fenomeni, dubito ne valga la pena. Lei trova normale che sia così difficile trovare diciottenni italiani titolari in serie A?”.
“E allora è tempo di invertire la rotta, con il coinvolgimento di tutte le componenti. Non credo sia un bel biglietto da visita per la nostra serie A essere l’espressione di un movimento che non disputa mai i Mondiali. Curaçao e l’Iraq sì, l’Italia no!”.
È un danno di immagine enorme, d’accordo.
“E mi lasci aggiungere che l’immagine del nostro calcio è sfregiata pure da impianti vecchi, obsoleti. Qui non so dire fino a che punto c’entrino la politica o la burocrazia, ma i nostri stadi sono penosi. Solo Juve, Atalanta, Sassuolo e Udinese hanno strutture moderne, efficienti, adatte alle famiglie. Siamo rimasti indietro anche lì, troppo indietro”.
Avvocato, un’ultima cosa terra terra: Malagò a parte, chi mettiamo al posto di Gattuso?
“Mi dia retta, visto che è Pasqua: o facciamo una rivoluzione oppure neanche con Gesù in panchina ci qualifichiamo per il 2030…”.
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