Da dove prende il gas l’Italia e perché il prezzo è così dipendente dai fattori esterni
La quota di gas acquistata dalla Russia si è praticamente azzerata
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Roma, 18 marzo 2026 – Il sistema di fornitura del gas all’Italia resta fortemente esposto a shock geopolitici. Ci siamo liberati dalle forniture russe ma ora siamo in balia del Gnl proveniente dal Medio Oriente e, soprattutto, non riusciamo a governare la dinamica dei prezzi. Anche perché le rinnovabili pesano ‘solo’ per il 22% dei consumi. Ce ne stiamo rendendo conto in questi giorni e dopo aver attraversato le problematiche con la Russia dobbiamo affrontare le difficoltà create dagli attacchi di Usa e Israele all’Iran.
È quanto emerge dal Monitor, realizzato da Area studi Legacoop in collaborazione con Prometeia, che analizza l’evoluzione recente del mercato europeo e italiano del gas dopo la crisi energetica del 2022 e i possibili rischi derivanti dall’attuale scenario internazionale.
Il monitor evidenzia come, nonostante la crisi energetica degli ultimi anni – che ha determinato una riduzione del 10% del fabbisogno energetico totale tra il 2019 e il 2024 – il mix energetico italiano sia rimasto relativamente stabile. Il gas naturale continua a rappresentare la principale fonte energetica del Paese (era il 40% nel 2019 e il 37% nel 2024), utilizzato in particolare anche per la produzione di energia elettrica. Parallelamente, la quota delle fonti rinnovabili è aumentata (dal 20% al 22%), ma l’incremento non è ancora tale da garantire un significativo rafforzamento della sicurezza energetica dell’Italia. Il report mette in luce come, nonostante i progressi compiuti dall’Europa nel ridurre la dipendenza dal gas russo (la cui quota è passata dal 40% del 2021 al 6% nel 2025) e nel diversificare le fonti di approvvigionamento, il sistema energetico rimanga esposto a shock geopolitici in grado di generare nuove tensioni sui prezzi e sulle forniture. L’elemento di maggiore attenzione riguarda, ovviamente, il Medio Oriente, area cruciale per gli equilibri energetici globali. Attraverso lo Stretto di Hormuz transita infatti un quinto delle forniture globali di petrolio e di gas naturale liquefatto (Gnl).
Eventuali interruzioni o tensioni prolungate in quest’area potrebbero quindi ripercuotersi rapidamente sui mercati energetici internazionali, generando un aumento della volatilità dei prezzi e una maggiore competizione tra i paesi importatori. “Le nuove tensioni geopolitiche di queste settimane – sottolinea Simone Gamberini, presidente di Legacoop – ricordano quanto il sistema energetico europeo e italiano restino esposti a shock esterni. Nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni nella diversificazione delle forniture e nella riduzione della dipendenza dal gas russo, il mercato energetico continua a essere vulnerabile a crisi internazionali che possono tradursi rapidamente in nuovi aumenti dei prezzi e in difficoltà per la sicurezza degli approvvigionamenti.
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Per il nostro Paese il tema è particolarmente rilevante, sia perché il gas resta la principale fonte energetica, sia perché una quota significativa delle importazioni di Gnl proviene dal Qatar, in misura superiore alla media europea”. Dopo la fase di rientro successiva ai picchi del 2022, i prezzi del gas in Europa erano rimasti stabilmente su livelli superiori rispetto al periodo precedente alla crisi energetica e tra 2023 e 2025 il prezzo medio all’ingrosso del gas è stato infatti pari a circa 37 euro per megawattora, oltre tre volte rispetto alla media del periodo 2019-2021. A inizio marzo 2026, a seguito dell’attacco in Iran e dei timori sulle forniture globali di Gnl, il prezzo del gas all’ingrosso è schizzato di oltre il 60% rispetto al valore medio di febbraio, superando i 50 euro per megawattora. Negli ultimi anni il mercato europeo ha comunque avviato un processo di profonda trasformazione dal lato degli approvvigionamenti. Dopo la crisi del 2022, grazie alla diversificazione delle fonti, l’Unione Europea ha ridotto drasticamente la dipendenza dal gas russo, il cui peso relativo sul totale delle importazioni è passato dal 40% del 2021 al 6% del 2025. In questo nuovo assetto il gas naturale liquefatto ha assunto un ruolo sempre più centrale: nel 2025 ha coperto circa il 46% delle forniture europee, diventando la principale fonte di approvvigionamento. Anche l’Italia ha seguito una traiettoria simile, con un’ancora più marcata riduzione della dipendenza dalla Russia (la quota di import è passata dal 39% del 2021 all’1% del 2025).
Questo processo è stato compensato sia da una riduzione del fabbisogno sia dall’aumento delle forniture da altri partner: da Norvegia (dal 3% del 2021 al 14% del 2025) e Azerbaigian (dal 10% al 16%), tramite gasdotto, e dal Gnl. Difatti, grazie all’aumento della capacità di rigassificazione, l’Italia si è spostata verso un modello di approvvigionamento più diversificato. Nonostante questi progressi, permangono però alcune vulnerabilità. In particolare, il GNL italiano è coperto per circa il 75% dai contributi di solo due paesi: Stati Uniti e Qatar. Quest’ultimo ricopre una quota, rispetto alle importazioni complessive di gas, più significativa rispetto al resto d’Europa (l’11% contro il 4%), rendendo più difficile la sua sostituzione in caso di un blocco navale prolungato. Il dato positivo è che dopo il 2022 i consumi di gas in Italia sono diminuiti in modo significativo, passando da una media annua di circa 74 miliardi di metri cubi nel periodo 2015-2019 a circa 66 miliardi nel 2025, con una diminuzione dell’11%. La riduzione ha interessato sia le famiglie (-14%), che hanno ridotto i consumi anche grazie a condizioni climatiche più miti, sia il settore industriale (-13%), penalizzato dall’aumento dei costi energetici. Il gas, però, rimane ancora centrale nel termoelettrico. L’aspetto di criticità è rappresentato dal fatto che i prezzi finali per famiglie e imprese restano significativamente più elevati rispetto al periodo pre-crisi. In Italia il prezzo medio del gas per le famiglie è cresciuto tra il 2025 e il 2019 quasi del 50%, mentre per le imprese è arrivato quasi a raddoppiare (pur restando su livelli inferiori a quelli di Francia e Germania), con effetti rilevanti sulla competitività del sistema produttivo.
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