Il contrattacco di Hillary su Epstein e il patto di ferro con il marito Bill Clinton: “Se volete scoprire la verità fate parlare Trump sotto giuramento” /
Hillary Clinton, 78 anni, insieme al marito ed ex presidente Usa, il 79enne Bill Clinton
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Roma – Otto anni da senatore, quattro da segretario di Stato Usa, due campagne presidenziali perdute contro gli inarrestabili Obama, nel 2008, e Trump, nel 2016. Per chiunque al mondo, sarebbe un curriculum politico clamoroso. Per chiunque tranne che per Hillary Clinton, che ieri, a 78 anni, ha dovuto rispondere ancora una volta degli affari di letto del marito Bill. Come se il tempo, dalla vicenda Lewinsky che aveva portato all’impeachment nel 1998, non fosse mai passato. E come se non l’avesse già detto allora, quello che aveva da dire su un marito incapace di tenere i pantaloni abbottonati: che rimane comunque al suo fianco, e che quello che importa è il primato della politica.
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Certo, le condizioni oggi sono molto diverse. Non si discute di una storia pruriginosa con una stagista più o meno consenziente e senz’altro maggiorenne, ma della partecipazione e forse persino connivenza nella rete di abusi su minorenni orchestrata da Jeffrey Epstein, che sta venendo a galla nonostante i tentativi di insabbiamento da parte del Dipartimento di Giustizia sotto l’influenza di Donald Trump. Proprio per sviare la conversazione dalle responsabilità di Trump, i fedelissimi repubblicani al Congresso hanno chiamato a deporre entrambi i Clinton in una commissione d’inchiesta. E se è vero che il nome di Bill appare nei documenti di Epstein centinaia di volte, e in contesti quantomeno criticabili, è anche vero che del coinvolgimento di Hillary non sembrano esserci prove.
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Ma anche stavolta Hillary Clinton fa fronte comune col marito, nonostante tutto. E gioca così una partita tutta politica: dopo un iniziale rifiuto, ha accettato di testimoniare, persino prima di Bill, la cui udienza è in agenda per oggi. È un’udienza a porte chiuse, ma, per non essere semplicemente utilizzata come pedina, ha pubblicato lei stessa sui social il suo discorso di apertura. Dichiara “di non ricordare di aver mai incontrato Epstein” (che però aveva visitato la Casa Bianca diverse volte, durante la presidenza Clinton) e di essere scandalizzata “come ogni persona decente” dai crimini del giro Epstein. Poi passa al contrattacco, rivolgendosi al presidente della Commissione e ricordandogli che dovrebbe occuparsi della gestione del caso Epstein da parte del governo federale.
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“Si richiederebbe – afferma Clinton – che il segretario Rubio e l’attorney general Bondi depongano per spiegare perché questa amministrazione sta abbandonando le vittime e favorendo i trafficanti”. E rinfaccia le udienze a porte chiuse, senza media, senza trasparenza. Quindi arriva a chiedere la sospensione dell’udienza, quando si accorge che uno dei repubblicani ha fatto circolare una foto sui social. Motivo in più per insistere sul fatto che l’audizione dovrebbe essere pubblica, alla presenza della stampa.
Le udienze dei Clinton potrebbero trasformarsi in un boomerang per i repubblicani che le hanno volute: perché di fatto creano un precedente. Se l’ex segretario di Stato Clinton può deporre, allora è giusto convocare, oltre a Elon Musk, anche l’attuale segretario al Commercio Howard Lutnick, implicato direttamente negli Epstein files, e anche Rubio.
E poi, se può testimoniare il presidente Clinton, perché non chiamare anche il presidente Trump? Lo chiede la stessa Clinton: “Se questa Commissione fosse seriamente intenzionata a scoprire la verità sui crimini di traffico di esseri umani di Epstein, non si affiderebbe a gruppi di giornalisti per ottenere risposte dal nostro attuale presidente sul suo coinvolgimento – afferma – gli chiederebbe direttamente sotto giuramento informazioni sulle decine di migliaia di volte in cui compare nei fascicoli di Epstein”.
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