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Mistero nello spazio: cosa sono i "piccoli puntini rossi". L'ipotesi delle stelle-buco nero

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18.03.2026

Alcune delle prime immagini 'a pieni colori' dal James Webb, il telescopio spaziale nato dalla collaborazione fra Nasa, Agenzia Spaziale Europea (Esa) e Agenzia spaziale canadese (Csa)

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Roma, 18 marzo 2026 – A quattro anni dall’inizio della sua missione, il telescopio spaziale James Webb si trova davanti a quello che sembra un vero e proprio mistero: dei "piccoli puntini rossi", delle anomalie cosmiche che appaiono minuscole ma brillanti in quasi ogni scatto del telescopio. È senza dubbio il caso scientifico del momento, con centinaia di studi che stanno cercando di capire di cosa si tratti, sebbene una soluzione con ampio consenso sembri ancora lontana.

Come riportato da Cnn, Jenny Greene, professoressa di scienze astrofisiche alla Princeton University, ha ammesso lo stupore della comunità scientifica: "Questa è la prima volta nella mia carriera che studio un oggetto di cui non capiamo minimamente perché appaia in quel modo. Penso sia corretto definirli un mistero". Inizialmente si pensava potesse trattarsi di galassie massicce dell’universo primordiale o di buchi neri avvolti dalla polvere, ma ogni nuova osservazione ha smentito le precedenti aspettative.

Il nome "piccoli puntini rossi" è stato coniato nel 2024 da Jorryt Matthee per sostituire il termine tecnico, nonché decisamente meno intuitivo, ‘emettitori H-alpha a banda larga’. La ragione per cui sono stati scoperti solo ora risiede nella potenza del James Webb: telescopi di più datata generazione come Hubble non avevano la risoluzione necessaria né la sensibilità alle lunghezze d’onda dell’infrarosso profondo per individuarli.

Il colore rosso di questi oggetti è dovuto al redshift, ovvero allo stiramento della luce causato dall’espansione dell’universo mentre viaggia verso la Terra, ma anche a una caratteristica intrinseca che sta facendo vacillare le vecchie teorie.

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Secondo quanto riferito da Cnn, l’interpretazione iniziale vedeva in questi puntini dei buchi neri in crescita circondati da polvere, ma oggi l’orientamento sta cambiando. “Crediamo che non siano rossi a causa della polvere, ma a causa del gas idrogeno”, ha spiegato Matthee. Gli oggetti sembrano essere onnipresenti nell’universo primordiale, risalente al primo miliardo di anni dopo il Big Bang, mentre sono estremamente rari nell’universo vicino. Proprio per questo, aggiunge lo scienziato, “i piccoli puntini rossi potrebbero rivelarsi l’anello mancante, potrebbero essere la fase di nascita, o la fase neonatale, della formazione dei buchi neri supermassicci”.

Un punto di svolta nelle ricerche è arrivato con il programma Rubies, guidato da Anna de Graaff del Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics. Lo studio di un oggetto soprannominato ‘The Cliff’ (‘La scogliera’) ha rivelato caratteristiche che non corrispondono né a una galassia normale né a un buco nero polveroso. Secondo de Graaff, la luce di questi oggetti è assorbita da un gas idrogeno densissimo e caldo che circonda un motore centrale: "Qualcosa che non è mai stato osservato prima". In alcuni documenti, la ricercatrice si spinge a definirli "stelle buco nero", poiché un buco nero centrale alimenterebbe l’energia illuminando il gas circostante in modo simile a una stella. Questa ipotesi collimerebbe con la teoria delle quasi-stelle, elaborata nel 2006.

Per gli astronomi si tratta della sorpresa più grande regalata dal James Webb, una missione da 10 miliardi di dollari che sta finalmente consegnando all’umanità qualcosa di "veramente sconosciuto”.

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