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Altro che droni, Hormuz, petrolio e gas: l’acqua è l'arma che nel deserto può far vincere la guerra all’Iran

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31.03.2026

Paura nei paesi del Golfo che potrebbero restare senza acqua in pochi giorni in caso di attacchi agli impianti di desalinizzazione

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Teheran, 31 marzo 2026 – La guerra in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran ha ufficialmente varcato la soglia della sicurezza civile, trasformando l'approvvigionamento idrico nel fronte più vulnerabile e letale del conflitto in Medio Oriente. Ieri, un attacco missilistico attribuito alle forze iraniane ha colpito un impianto strategico di desalinizzazione e una centrale elettrica in Kuwait, provocando la morte di un lavoratore di nazionalità indiana e infliggendo, come confermato dal ministero dell'Elettricità locale ad Al Jazeera, "significativi danni materiali" alle strutture di servizio del sito.

L'episodio non è un evento isolato, ma segna un'escalation sistematica senza precedenti. In una regione desertica dove le precipitazioni sono quasi assenti e le risorse naturali di acqua dolce sono praticamente inesistenti, la sopravvivenza di megalopoli come Dubai, Kuwait City, Doha e Riyad dipende interamente dalla trasformazione industriale dell'acqua marina. Secondo i dati riportati dal Guardian, i paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo producono da soli il 40% dell'acqua desalinizzata a livello globale. Per nazioni come il Kuwait, questa tecnologia copre il 90% del fabbisogno idrico totale, mentre per l'Arabia Saudita la quota si attesta intorno al 70%. Colpire queste infrastrutture significa, di fatto, condannare milioni di persone alla sete nel giro di pochi giorni.

Teheran ha risposto alle accuse di aggressione con una nota ufficiale del comando operativo militare Khatam Al-Anbiya, rilanciata dalla televisione di Stato, tentando di ribaltare la responsabilità dell'accaduto: "La brutale aggressione perpetrata dal regime israeliano contro l'impianto di desalinizzazione del Kuwait, avvenuta nelle scorse ore con il pretesto di accusare la Repubblica islamica dell'Iran, è un segno della viltà e della depravazione degli occupanti sionisti". Nonostante le smentite, la minaccia di una "distruzione irreversibile" delle infrastrutture idriche era già stata ventilata dal regime iraniano come ritorsione diretta contro l'ultimatum di Donald Trump di colpire la rete elettrica di Teheran.

Il cuore del problema risiede nella fragilità logistica di questi impianti. Situati quasi esclusivamente lungo le coste per ovvie ragioni di approvvigionamento, i dissalatori sono bersagli fissi e facilmente raggiungibili dai missili e dai droni iraniani posizionati appena al di là del Golfo. Gli analisti della sicurezza avvertono che la maggior parte dei paesi dell'area dispone di riserve idriche d'emergenza per un arco di tempo che varia dai tre ai sette giorni al massimo. Un'offensiva coordinata che metta fuori uso i principali siti di osmosi inversa porterebbe al collasso sociale delle grandi città in meno di una settimana, innescando panico di massa e disordini civili incontrollabili.

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Non si tratta però solo di acqua potabile. Il sistema è integrato: l'acqua desalinizzata è un elemento critico per il raffreddamento delle centrali termoelettriche. Senza di essa, la rete elettrica salta, spegnendo gli ospedali, i sistemi di condizionamento necessari per la sopravvivenza nel clima torrido del deserto e le industrie vitali del petrolio e del gas. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha giustificato questa strategia bellica parlando di una reazione a precedenti raid subiti: "Gli Stati Uniti hanno stabilito questo precedente, non l'Iran", accusando Washington di aver preso di mira per prima un impianto idrico sul territorio iraniano all'inizio delle ostilità.

La reazione diplomatica dei vicini è stata unanime e durissima. Il ministero degli Esteri del Qatar ha condannato l'aggressione in "termini durissimi", mentre l'Arabia Saudita ha rilasciato una nota ufficiale su X sottolineando che "questi tentativi codardi dell'Iran confermano la continuazione di un approccio ostile ingiustificabile" e rappresentano una "chiara violazione delle leggi internazionali e dei principi di buon vicinato". Anche l'Oman ha rinnovato l'appello per un'immediata cessazione della guerra, avvertendo che l'escalation contro le infrastrutture civili rischia di trascinare l'intera regione in una catastrofe umanitaria senza ritorno.

Mentre l'Iran mantiene il blocco di fatto dello stretto di Hormuz, attraverso cui transita il 20% del gas naturale liquefatto e del greggio mondiale, la guerra si sta spostando verso un logoramento brutale delle risorse primarie. Con oltre 2.000 morti registrati dall'inizio del conflitto, tra cui centinaia di bambini e alti funzionari del precedente regime iraniano, il Medio Oriente si trova ora davanti a un nuovo scenario: una guerra dove il controllo delle risorse idriche è diventato strategicamente superiore a quello delle armi convenzionali. Se la tregua di dieci giorni ventilata da Trump non dovesse concretizzarsi entro il 6 aprile, il rischio è che l'intero sistema delle acque del Golfo venga bloccato, lasciando milioni di civili in balia della più grave crisi idrica dell'era moderna.

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