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Quando Aldo Moro scrisse: “Non si può rinunciare al nucleare sicuro. Senza energia si apre la via di una paurosa regressione”

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friday

Aldo Moro (23 settembre 1916 - 9 maggio 1978)

In occasione dei 70 anni de Il Giorno e alla vigilia del quarantennale del disastro alla centrale nucleare di Chernobyl, il 26 aprile 1986, ripubblichiamo il testo che Aldo Moro scrisse per il nostro quotidiano il 4 ottobre 1977, a seguito di alcuni incidenti nell’impianto di Jaslovské Bohunice, nell’allora Cecoslovacchia. L’intervento del leader della Dc si intitolava “Politica nucleare. Un atto di responsabilità”.

La crisi energetica impone la ricerca di nuove, o vecchie ma più sicure, fonti di approvvigionamento. Il dibattito sul nu­cleare, riacceso dopo un incidente in una centrale dell’allora Cecoslovacchia, coinvolge tecnici ed esperti, ma impatta sulle responsabilità della politica nella selezione delle giuste scelte da compiere. La riflessione di Aldo Moro è anche un modo per ragionare sui confini fra il diritto di protestare e di proporre soluzioni alternative da parte di cittadini e società civile e quello delle istituzioni di garantire l’applicazione delle scelte compiute nel quadro delle modalità costituzionali e democrati­che.

La politica che il nostro Paese è chiamato a seguire per quanto ri­guarda la utilizzazione dell'energia nucleare propone seri interrogativi e problemi. L'appassionato dibattito che dura da anni e che si è intensificato negli ultimi mesi è dunque giustificato. C'è da compiacersi che siano va­gliate con grande attenzione le ragioni addotte in favore dell'una o dell'altra tesi. È appunto in questa sede preliminare, ma estremamente im­portante, che gli scienziati, dai tecnici dell'energia ai tecnici dell'econo­mia, possono far sentire la loro autorevole voce, offrendo elementi di giu­dizio sui bisogni, i rischi, le prospettive alternative.

Decidere poi spetta alle forze politiche, del Parlamento e del gover­no, nell'esercizio del mandato di tutela degli interessi nazionali che ad esse è stato conferito. L'importanza della posta in gioco è tale che bisogna dare una valutazione comprensiva della concitazione degli animi e dei movimenti di opinione pubblica che hanno caratterizzato il dibattito. È il senso, presente in tutti, di una grande responsabilità verso il futuro.

Se gli avversari del ricorso a questa nuova forma di energia invocano ragioni di sicurezza, di normalità, di qualità della vita, coloro che ritengo­no necessario avventurarsi su questo terreno esprimono a loro volta allar­me per una condizione dell'umanità, nella quale, mancando in certe circo­stanze od anche permanentemente i rifornimenti tradizionali ovvero es­sendo essi estremamente cari, sia compromessa per un altro verso quella agibilità e qualità della vita che proprio la rinuncia all'atomo dovrebbe as­sicurare. Non deve mancare il rispetto per quanti, specie giovani, facciano valere con grande impegno, ma in modo pacifico, le loro ragioni di oppo­sitori dell'energia nucleare.

Chiamarli illusi o ingenui, quale che sia la forza della realtà che s'impone, non sarebbe giusto né utile. L'equilibrio tra ideale e reale dev'essere stabilito con una serena dialettica delle opinioni e l'assunzione consapevole e prudente delle decisioni. Ma la parte sulla quale pesano re­sponsabilità che vanno al di là di pur ammirevoli ideazioni del futuro deve essere a sua volta rispettata nell'assillo delle sue preoccupazioni, nell'assolvimento del compito difficile di rendere possibile la vita domani secondo i modelli e i livelli normalmente accettati nella nostra epoca. I realisti non sono dunque aridi adoratori del feticcio economico, esaltati dalla tecnica, insensibili ai veri valori della vita.

Le ragioni che confliggo­no hanno tutte una loro serietà.

Le parti in contesa assolvono, contrappo­nendosi e richiamando l'attenzione dei cittadini, il loro compito. Perciò l'affermazione della tesi più aderente alla realtà, più conforme alla neces­sità del Paese, più legata all'esperienza internazionale, non dev'essere con­siderata come una vittoria schiacciante, ma come la scelta sofferta e re­sponsabile della strada che l'urgenza e la gravità dei problemi dell'approv­vigionamento energetico indicano. E non è certo senza significato che, come dianzi accennavo, a questi indirizzi si attenga la generalità degli Sta­ti, compresi quelli di gran lunga più ricchi di fonti, anche abbastanza dif­ferenziate, di energia, compresi quelli nei quali è più avanzata la ricerca scientifica, compresi quelli dell'Est europeo, desiderosi, com'essi sono, di non restare indietro in fondamentali acquisizioni tecniche e di cautelarsi di fronte a un futuro, quello dell'energia, che almeno è da considerare estre­mamente incerto. Se fossero davvero disponibili nuovi strumenti egual­mente efficaci, ma meno rischiosi e meno inquinanti, chi potrebbe ri­fiutare una scelta così ragionevole?

Per fortuna non siamo privi di prospettive che debbono esser certo coltivate, anche da noi italiani pur con la modestia delle nostre forze. Ma esse riguardano un futuro lontano e, purtroppo, incerto. C'è, ad essere otti­misti, almeno una saldatura da assicurare. È probabile che vi sia, per un periodo indefinito, una gamma di risorse alle quali con opportuno dosag­gio fare ricorso. Ed ovviamente si dovrà tener conto così dei costi come del vincolo, più o meno intenso, che nell'uno o nell'altro caso, si viene a stabilire per la bilancia dei pagamenti. In questo quadro, allo stato attuale delle conoscenze a livello non solo italiano, ma mondiale, c'è oggi, in evi­denza, l'energia nucleare.

Assicurarne l'utilizzazione, in attesa che nuove possibilità si dischiudano, è una garanzia minima per il futuro. Una garan­zia alla quale una classe politica responsabile non può rinunciare. Si tratta infatti della sopravvivenza, impensabile senza adeguata disponibilità di energia, della nostra civiltà: la quale, pur con i suoi aspetti negativi che devono essere corretti, pur con sprechi che debbono essere evitati (ma ciò comporta solo un più lento esaurimento delle risorse tradizionali), fornisce i mezzi per far vivere, anche se talvolta, purtroppo, stentatamente, l'uma­nità e per realizzare gli obiettivi di sviluppo, soprattutto del Terzo mondo. Senza energia, e senza energia a prezzi accettabili, è aperta la via di una paurosa regressione.

Si dirà che nessuno vuole questo. Ma non basta vole­re lo sviluppo nella maggiore misura compatibile con una buona qualità della vita. Bisogna puntare sui mezzi idonei ed utilizzabili in tempi ragio­nevoli. Certo vi sono dei rischi ed è giusto che se ne parli, ma non senza ricordare che un margine, più o meno grande, di rischio è presente in ogni atto con cui l'uomo si impossessa della natura e la piega alle sue esigenze. Riconosco però, pur avendo presente il dramma del Vajont e la grande paura che ne è seguita, e non si è ancora dileguata, che i rischi in questo campo potrebbero essere non completamente calcolabili. Ma non è questo una ragione per trarsi indietro, ma solo uno stimolo a porre in essere un apparato capace di dare garanzia che questi rischi restino in limiti accetta­bili. È certo quindi che non si fa una politica nucleare senza una scrupolo­sa previdenza ed attenzione ed il governo deve offrire, su questo punto, una piena assicurazione.

I rischi in questo campo potrebbero essere non completamente calcolabili. Ma non è questo una ragione per trarsi indietro

C'è poi un altro elemento importante che condiziona l'accettazione di questa nuova prospettiva ed è il carattere limitato della realizzazione. Ciò non può significare un inizio puramente simbolico, praticamente equiva­lente ad una moratoria nucleare, che sarebbe l'affossamento del program­ma e la resa di fronte al fato. Si vuol dire solo che, tenuto conto delle dif­ficoltà obiettive, dei dubbi serpeggianti in un'opinione pubblica emotiva, della possibilità che altre fonti possano essere messe a punto nei tempi giusti (con meno problemi tecnici, psicologici e politici), non conviene adottare il nucleare come una scelta esclusiva e definitiva. Un numero ap­propriato di centrali deve essere cosi costruito, lasciando però spazio per nuove invenzioni.

Sarebbe inammissibile giocherel­lare, aspettando poi il miracolo, quando una drammatica carenza dovesse presentarsi e risultare indominabile

Non tocca a me dire questo numero ed indicare i tempi ed i modi. Basterà sottolineare che si è chiamati ad agire in modo serio, senza che ciò chiuda il problema. Mi pare questo, in coscienza, l'unico compromes­so possibile tra le ferree ragioni della vita e le speranze di chi ha una di­versa e più ottimistica visione delle cose. Quel che si deve fare, però, va fatto subito, e le sperimentazioni e comparazioni successive hanno da es­sere condotte avanti con grande alacrità. Sarebbe inammissibile giocherel­lare, aspettando poi il miracolo, quando una drammatica carenza dovesse presentarsi e risultare indominabile.

Io ho fiducia che governo e Parla­mento assumeranno le loro responsabilità e che l'opinione pubblica saprà comprendere. Naturalmente un collegamento con l'opinione pubblica, e specie con le minoranze tenacemente dissenzienti deve essere mantenuto. Questo dialogo è l'essenza della democrazia sempre e specie quando si va, in certo senso, verso l'ignoto. Ma bisogna dire pure pacatamente che tutto questo non può significare la frammentazione dello Stato, un assetto dei rapporti sociali orizzontale e passivo, impossibilità di prendere le decisio­ni che s'impongono. Ma non è ammissibile una sorta di veto che continue­rebbe chissà fino a quale improbabile maturazione politica.

Si tratta dav­vero di responsabilità storiche. Andare in un senso o nell'altro comporta scelte decisive. E se domani, per aver troppo atteso, spiegato, contrattato, si determinasse nel Paese una situazione insostenibile (magari altri Paesi avrebbero fatto invece il loro cammino), su di noi ricadrebbe il peso di si­mile sbocco negativo. Diluendo ed articolando il dibattito al di là del giu­sto limite, si verrebbe a bloccare una decisione vitale, facendo della mino­ranza una maggioranza e della maggioranza una minoranza. Proprio sui grandi temi è più che mai necessario che funzioni il nostro sistema di de­mocrazia rappresentativa, pur sensibile a tutto quello che si agita nel cor­po sociale e ne costituisce il fermento critico. Quando è il tempo giusto le decisioni devono essere prese appunto con serietà e rigore.

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