Corea del Sud, a Jeju due scomparsi dati per rintracciati e poi trovati morti: 310 mila casi da riesaminare
Una donna dichiarata al sicuro senza che nessuno le avesse parlato, un secondo scomparso il cui fascicolo viene chiuso nello stesso modo e quattro corpi ritrovati sull’isola in tre giorni. Un agente è stato arrestato, 298 suoi casi sono sotto esame e la Corea del Sud ha deciso di controllare 310 mila pratiche chiuse negli ultimi tre anni
Jeju, per generazioni di sudcoreani, è stata l’isola dell’amore, quella dove si partiva dopo il matrimonio quando attraversare un oceano era ancora qualcosa riservato a pochi, dove negli anni Settanta e Ottanta arrivavano sposi da tutto il Paese per farsi fotografare davanti al mare, alle palme e alle scogliere vulcaniche e dove, prima della liberalizzazione dei viaggi internazionali del 1989, l’equazione «luna di miele uguale Jeju» era diventata quasi automatica. Ancora oggi l’isola continua a portarsi dietro quell’immaginario fatto di coppie, wedding photography, resort e tramonti, un piccolo altrove romantico separato dalla penisola da poco più di un’ora di volo.
Da qualche giorno, però, Jeju racconta una storia completamente diversa, perché tra il 22 e il 24 agosto sull’isola sono stati ritrovati i corpi di quattro persone precedentemente denunciate come scomparse e due di loro, prima di morire, erano passate attraverso le mani dello stesso agente della Jeju Western Police Station, che nei sistemi della polizia le aveva già considerate rintracciate. Alle famiglie era stato detto che stavano bene e non volevano rivelare dove si trovassero, ma secondo gli investigatori quelle conversazioni non sarebbero mai avvenute.
È da qui, e non dalle teorie che nel frattempo hanno cominciato inevitabilmente a circolare online, che bisogna partire per capire il caso che sta sconvolgendo la Corea del Sud, perché ciò che è già accertato è sufficientemente inquietante senza bisogno di aggiungere altro: due persone dichiarate rintracciate sono state successivamente trovate morte, lo stesso agente aveva gestito 298 fascicoli di scomparsa in circa diciassette mesi e la vicenda ha spinto la polizia nazionale a ordinare il riesame di circa 310 mila casi chiusi negli ultimi tre anni in tutto il Paese.
Jang Mi-ran, la donna che per la polizia era già stata trovata
La prima storia ha il nome di Jang Mi-ran, 37 anni, che la sera del 12 maggio 2026 viene ripresa da una telecamera mentre lascia l’alloggio nel quale soggiorna nella zona di Hallim-eup, nella parte occidentale di Jeju. È l’ultima immagine conosciuta della donna ancora in vita e, secondo la ricostruzione fornita dalla polizia dopo il ritrovamento del corpo, Jang sarebbe probabilmente morta nelle prime ore del 13 maggio, poco dopo essersi allontanata, senza che dal suo telefono risultassero nel frattempo chiamate o spostamenti significativi. Gli accertamenti preliminari indicano una morte per impiccagione e gli investigatori ritengono al momento bassa la probabilità dell’intervento di un’altra persona, pur continuando a verificare le circostanze esatte del decesso.
È una precisazione fondamentale perché impedisce di confondere due piani completamente diversi: secondo la cronologia attualmente ricostruita, Jang era già morta quando il compagno, tre giorni dopo, ne denunciò la scomparsa e non esiste dunque alcun elemento per sostenere che l’operato della polizia ne abbia provocato il decesso. Lo scandalo comincia invece da quello che accade dopo la denuncia, quando una donna della quale nessuno conosce realmente la sorte viene trasformata, nell’arco di poche ore, in una persona che formalmente non ha più bisogno di essere cercata.
La segnalazione arriva alla Jeju Western Police Station alle 18.43 del 15 maggio e viene affidata a un agente sulla trentina identificato dalla stampa sudcoreana con il cognome Boo. Alle 21.16, appena due ore e trentatré minuti più tardi, la pratica è già conclusa: l’agente riferisce al compagno di Jang di essere riuscito a contattarla, di aver verificato che stia bene e di aver ricevuto da lei la richiesta di non comunicare dove si trovi.
In astratto non ci sarebbe nulla di impossibile, perché una persona adulta ha evidentemente il diritto di allontanarsi volontariamente e di chiedere che la propria posizione non venga comunicata alla famiglia; prima di archiviare una scomparsa, però, qualcuno deve avere effettivamente accertato che quella persona sia viva e che la volontà attribuitale sia realmente la sua. Ed è precisamente qui che il caso Jang cambia natura, perché secondo l’accusa Boo non avrebbe mai parlato con lei.
C’è poi un dettaglio ancora più difficile da spiegare. Mentre al compagno viene raccontato che Jang è viva ma non vuole essere........
