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Emergenza Ebola, l’Italia supera l’esame? Viaggio nei pronto soccorso tra protocolli, carenze e zone grigie

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Dalle nuove linee guida ministeriali ai dispositivi di protezione individuale, fino alle aree di isolamento. Ecco come dovrebbe funzionare la macchina dell’emergenza. Sulla carta. Perché tra Nord e Sud le differenze restano profonde.

L’ebola non è alle porte dell’Italia. Ma sarebbe un errore considerarlo un problema lontano. Il nuovo focolaio di malattia da virus ebola (MVE) causato dal virus Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo ha spinto l’Organizzazione Mondiale della Sanità a dichiarare, il 16 maggio scorso, un’emergenza sanitaria di rilevanza internazionale. Da quel momento anche il nostro Paese ha riattivato una serie di misure di sorveglianza e controllo che ricordano, per certi aspetti, quanto già visto durante precedenti emergenze infettive. Il Ministero della Salute ha emanato una nuova ordinanza e una circolare operativa che introducono procedure di monitoraggio per chi arriva dalle aree interessate dall’epidemia, sistemi di autosegnalazione, classificazione del rischio e protocolli per la gestione di casi sospetti e contatti. L’obiettivo dichiarato è individuare precocemente eventuali infezioni importate e impedirne la diffusione sul territorio nazionale. La domanda che oggi si pongono operatori sanitari e cittadini è però un’altra: i pronto soccorso italiani sono davvero pronti a riconoscere e gestire un eventuale caso di ebola? La risposta, ascoltando chi lavora sul campo, non è univoca. Esistono eccellenze riconosciute a livello internazionale, ma anche realtà nelle quali formazione, dotazioni e organizzazione non sembrano procedere con la stessa velocità.

Le nuove linee guida: come dovrebbe funzionare la macchina dell’emergenza

Sulla carta il sistema è ben definito. Le recenti disposizioni del Ministero della Salute prevedono che ogni caso sospetto venga identificato rapidamente attraverso una valutazione combinata dei sintomi e della storia epidemiologica del paziente. Febbre, malessere, contatti a rischio o soggiorni recenti nelle aree interessate dall’epidemia (Repubblica democratica del Congo e Uganda) devono far scattare immediatamente il protocollo di sicurezza. Se un paziente con sintomi compatibili con ebola si presentasse oggi in un pronto soccorso italiano, la gestione dovrebbe iniziare ancora prima della conferma diagnostica. Dal momento del sospetto, infatti, il paziente dovrebbe essere sottratto ai normali percorsi assistenziali e indirizzato lungo un circuito separato dal resto degli utenti. Le indicazioni ministeriali prevedono il trasferimento in stanze singole di isolamento, dotate di servizi dedicati, sistemi di ventilazione a pressione negativa, filtri HEPA per la purificazione dell’aria e, ove possibile, zone filtro destinate all’ingresso e all’uscita del personale sanitario. L’obiettivo è evitare qualsiasi rischio di esposizione accidentale. Per questo motivo i pazienti sospetti non dovrebbero mai transitare nelle aree comuni del pronto soccorso e il personale dedicato dovrebbe operare attraverso percorsi protetti, limitando al minimo i contatti con altri pazienti e operatori. Le strutture maggiormente preparate dispongono di aree dedicate alle malattie infettive ad alto rischio biologico, spogliatoi separati, sistemi di decontaminazione e personale addestrato periodicamente alle procedure di isolamento. Le linee guida ministeriali sottolineano........

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