Sempre più persone vogliono sparire da Internet: il nuovo lusso è essere irraggiungibili
Dumbphone, servizi per cancellare i dati personali e digital detox: cresce la ricerca di una vita meno tracciata, meno visibile e meno reperibile
Per quasi vent’anni abbiamo imparato che bisognava esserci. Essere trovati da Google, aggiornare LinkedIn, curare Instagram, costruire una reputazione digitale che precedesse quella reale e trasformare una parte crescente della propria esistenza in una sequenza di informazioni accessibili, indicizzabili e possibilmente condivisibili, fino al punto in cui persino la costruzione dell’identità professionale ha assunto un nome mutuato dal marketing, personal branding, come se ciascuno dovesse amministrare se stesso con le stesse regole con cui un’azienda governa un marchio.
La rivoluzione successiva potrebbe cominciare dall’esatto contrario, anche se sarebbe un errore, almeno per ora, descriverla come un esodo di massa. Nell’aprile 2026 DataReportal calcolava 5,79 miliardi di “active social media user identities” nel mondo, equivalenti al 69,9 per cento della popolazione globale, con un aumento del 5,4 per cento nei dodici mesi precedenti; la stessa organizzazione avverte però che queste “identità” non corrispondono necessariamente ad altrettanti individui unici, perché la metodologia aggrega segnali provenienti da piattaforme differenti. Il dato, insomma, non autorizza a dire che esattamente sette persone su dieci utilizzino i social, ma dice qualcosa di ancora più utile per capire il fenomeno: nell’epoca in cui la presenza digitale continua ad allargarsi, scegliere deliberatamente di restringere la propria diventa un gesto controcorrente.
Non siamo quindi davanti alla fine di Instagram, né a un esercito di manager che butta lo smartphone dalla finestra, e probabilmente non arriveremo mai a qualcosa del genere. Sta emergendo, piuttosto, un’economia della sottrazione, costruita attorno a una domanda che fino a pochi anni fa sembrava quasi contraddittoria: quanto siamo disposti a pagare, o quanta comodità siamo pronti a perdere, pur di essere un po’ meno raggiungibili, un po’ meno profilabili e soprattutto un po’ meno presenti?
Pagare perché il proprio nome circoli meno
Uno dei segnali più evidenti arriva dal settore dei servizi di rimozione dei dati personali, chiamati spesso, con una definizione giornalistica più che tecnica, data scrubbers. Il principio è relativamente semplice: invece di chiedere personalmente a decine o centinaia di società di non conservare, pubblicare o commercializzare determinate informazioni, si paga un intermediario perché individui le esposizioni, inoltri le richieste di opt-out o cancellazione e continui a verificare se quei dati ricompaiono.
DeleteMe, tra le società più longeve del settore, dichiara di essere stata fondata nel 2010 da Rob Shavell, Eugene Kuznetsov e Andrew Sudbury; sul proprio sito continua a indicare per il piano individuale un costo di 129 dollari l’anno, mentre Incogni, altro operatore del mercato, dichiara attualmente una copertura automatizzata di oltre 420 siti di data broker e rinnova periodicamente le richieste di cancellazione. Sono informazioni commerciali fornite dalle stesse aziende e vanno quindi lette per quello che sono, non come misure indipendenti della loro efficacia, ma dimostrano l’esistenza di un’offerta ormai strutturata intorno alla riduzione dell’impronta digitale.
Optery, per esempio, permette di ottenere gratuitamente un rapporto sull’esposizione dei propri dati e vende poi servizi che gestiscono le richieste di rimozione; ma è la stessa società a precisare un punto che dovrebbe accompagnare qualsiasi promessa commerciale di questo genere: non è possibile cancellare il 100 per cento delle informazioni personali presenti su Internet. Questi servizi lavorano soprattutto sui data broker e sui siti di people search e non possono, per il semplice fatto che un cliente lo desideri, far scomparire articoli di giornale, documenti pubblici, atti giudiziari, pagine social, forum o qualsiasi altro contenuto legalmente pubblicato da soggetti esterni al perimetro coperto. Inoltre, una scheda eliminata oggi può essere ricostruita domani se il broker acquisisce nuovamente le informazioni da altre fonti.
È precisamente qui che la promessa di “sparire da Internet” si scontra con la realtà e, allo stesso tempo, diventa più interessante. Non si compra una cancellazione definitiva della propria esistenza digitale, ma un lavoro di manutenzione della privacy, simile per certi versi a quello che si fa con la sicurezza informatica: ridurre le informazioni immediatamente reperibili, controllare che non ritornino e accettare che l’obiettivo realistico non sia diventare invisibili, ma diminuire la propria superficie d’esposizione.
A dimostrare quanto il settore sia ancora imperfetto c’è uno studio pubblicato nei Proceedings on Privacy Enhancing Technologies 2025, firmato da ricercatori della Hong Kong University of Science and Technology, Northwestern University, Imperial College London e Brave Software. Gli autori hanno inizialmente esaminato dieci servizi e i 2.024 data broker dichiarati nelle rispettive coperture, reclutando poi 71 partecipanti perché utilizzassero quattro servizi commerciali; uno dei risultati più sorprendenti è che, secondo le verifiche effettuate dagli stessi partecipanti, soltanto il 41,1 per cento dei record che i sistemi avevano identificato come riferibili a loro conteneva effettivamente informazioni personali relative alla persona corretta. Gli autori concludono che esistono problemi importanti sia di accuratezza sia di copertura. È uno studio con un campione circoscritto e non consente di stabilire che ogni servizio oggi sul mercato abbia le stesse prestazioni, ma impedisce........
