Rolling Stones, Foreign Tongues: non è nostalgia, è ancora rock’n’roll
Un album solido, ispirato e vitale, impreziosito da collaborazioni illustri e capace di guardare al futuro
C’è un momento, nella carriera di ogni grande artista, in cui il passato rischia di diventare un peso. Per i Rolling Stones quel momento sembrava essere arrivato già negli anni Novanta, quando ogni nuovo disco veniva inevitabilmente confrontato con un catalogo che comprende Beggars Banquet, Sticky Fingers, Exile on Main St. e Some Girls. Da allora la domanda è sempre stata la stessa: ha ancora senso aspettarsi qualcosa di realmente nuovo dalla più longeva rock band del pianeta?
Foreign Tongues risponde con una semplicità disarmante: sì. Perché non cerca di riscrivere la storia degli Stones, ma di continuare a scriverla.
Il primo grande merito del disco è quello di non avere alcuna ossessione per la propria eredità. Andrew Watt, già protagonista della rinascita di Hackney Diamonds, costruisce una produzione moderna senza inseguire le mode. Non sterilizza il suono, non lo rende artificiosamente vintage: lascia respirare gli strumenti. Le chitarre tornano ad avere il ruolo centrale che compete agli Stones, la ritmica procede con una naturalezza quasi da concerto e Mick Jagger domina ogni brano con una voce........
