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Raye, l’alchimista del soul che sfida il gelo degli algoritmi

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27.04.2026

Nel panorama pop contemporaneo, dominato da algoritmi, metriche e produzioni sempre più standardizzate, l’ascesa di Raye rappresenta qualcosa di più di una semplice affermazione individuale. È il segnale di una possibile inversione di tendenza. Non è soltanto una questione di successo, ma di linguaggio e di visione artistica. Raye, classe 1997, da Tooting a sud di Londra, rimette al centro un’idea di musica che negli ultimi anni sembrava progressivamente sacrificata: quella costruita, suonata, interpretata.

Il primo elemento che colpisce è la dimensione sonora. Le sue canzoni non sono progettate per adattarsi passivamente al flusso delle piattaforme streaming, ma per svilupparsi nel tempo, quasi per aprirsi. Archi, fiati, pianoforte, arrangiamenti stratificati: tutto contribuisce a una tessitura ampia, dinamica, tridimensionale. È una grammatica musicale che guarda apertamente al jazz, alla grande tradizione soul della Motown Records, ma che si estende verso un immaginario ancora più ambizioso, quello cinematografico.

In questo senso, il riferimento più evidente è la saga di James Bond e, in particolare, il lavoro del geniale autore inglese John Barry. Barry non ha semplicemente composto colonne sonore: ha definito un’estetica riconoscibile e........

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