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Il «Codice da Vinci» della Puglia: l’enigma del mosaico medievale dove Re Artù incontra mostri e miti pagani

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18.08.2026

Il mosaico di Otranto mescola Bibbia, Re Artù, Alessandro Magno, segni zodiacali e creature fantastiche: ecco cosa sappiamo davvero sul suo mistero

Bisogna entrare nella Cattedrale di Otranto e, invece di alzare immediatamente gli occhi verso l’altare, fare esattamente il contrario, perché il grande mistero di questa chiesa romanica non è nascosto in una cappella, dietro una pala o nell’oscurità di una cripta, ma si trova sotto i piedi di chiunque ne attraversi la navata: un universo di pietra popolato da Adamo ed Eva, Caino e Abele, Noè e la Torre di Babele, ma anche da Re Artù, Alessandro Magno, grifoni, centauri, sirene, mostri marini, animali reali e fantastici, lavori agricoli, mesi dell’anno e segni zodiacali, organizzati dentro una composizione talmente vasta e culturalmente vertiginosa da apparire, agli occhi contemporanei, quasi come un codice lasciato da qualcuno che non ha fornito la chiave per leggerlo.

Il paragone con il «Codice da Vinci», naturalmente, funziona soltanto fino a un certo punto, perché qui non esiste alcuna prova di un messaggio esoterico intenzionalmente occultato né di una verità segreta nascosta dalla Chiesa; esiste però qualcosa di forse ancora più affascinante, cioè uno dei più grandi e meglio conservati mosaici pavimentali medievali d’Europa, esteso per circa 740 metri quadrati secondo uno studio pubblicato da De Gruyter, nel quale il mondo cristiano del XII secolo sembra avere assorbito senza particolare imbarazzo le immagini provenienti dalla Bibbia, dai bestiari, dalla tradizione classica e dalla letteratura cavalleresca.

E proprio qui comincia l’enigma.

Pantaleone, l’uomo di cui conosciamo il nome ma quasi nient’altro

Una delle poche certezze si trova scritta nel mosaico stesso. L’opera venne commissionata dall’arcivescovo di Otranto Gionata e realizzata tra il 1163 e il 1165; una delle iscrizioni conserva l’anno 1165, il nome dell’arcivescovo, quello del sovrano allora regnante, Guglielmo I di Sicilia, e soprattutto quello di Pantaleone, indicato come presbyter, sacerdote, per le cui mani l’opera era stata eseguita. L’Arcidiocesi di Otranto conferma la cronologia 1163-1165, mentre il Dizionario Biografico degli Italiani della Treccani sottolinea che attribuire automaticamente a Pantaleone il ruolo materiale di unico mosaicista potrebbe essere una semplificazione: potrebbe essere stato anche il responsabile intellettuale o il sovrintendente di una bottega incaricata dell’esecuzione.

Anche la definizione, molto diffusa, di «monaco basiliano Pantaleone» richiede quindi prudenza. Il suo rapporto con il monastero di San Nicola di Casole, poco distante da Otranto e allora importante centro di cultura greca, è stato ipotizzato da numerosi studiosi proprio per l’eccezionale ampiezza delle conoscenze che emergono dal mosaico, ma Treccani osserva che non abbiamo prove sufficienti per trasformare quell’ipotesi in una biografia certa; anzi, gli studi più recenti insistono sul peso della cultura normanno-cavalleresca all’interno del programma iconografico.

È un dettaglio apparentemente filologico che cambia però la prospettiva, perché Pantaleone smette di essere il misterioso monaco orientale che avrebbe disseminato il pavimento di simboli incomprensibili e diventa qualcosa di storicamente più interessante: un uomo di Chiesa immerso in una Puglia normanna che si trovava al confine di mondi differenti, in una città il cui porto guardava verso l’altra sponda dell’Adriatico e nella quale continuavano a incontrarsi tradizioni latine, greco-bizantine e mediterranee. Treccani definisce infatti il repertorio del mosaico come derivato da fonti occidentali, bizantine e arabe, sacre e profane.

Non un Albero della Vita, ma........

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