Quando torno al mio paese: le storie di chi ha scelto di investire nel Friuli Venezia Giulia
C'è una gerarchia non scritta, ma che conosciamo tutti benissimo, tra chi parte e chi resta. A chi parte, guardiamo quasi sempre con ammirazione: l'amico che ce l'ha fatta a Londra, la collega che manda foto da un ufficio a Berlino, il compagno di università che ora lavora a Milano e torna a Natale con l'accento un po' cambiato e paroloni in inglese.
Sembra sempre la scelta più coraggiosa, la più giusta, quella di chi ha avuto il coraggio (o la possibilità) di alzarsi e andare a cercare altrove quello che qui, ci hanno insegnato, non è scontato trovare. E chi resta, allora? Vale meno? Ce lo siamo sentiti ripetere così tante volte, in così tanti modi, da averlo trasformato quasi in un automatismo: «Vai, se vuoi davvero farcela».
Eppure, per quanto qualcuno ami definire il nostro «il miglior Paese del mondo», di certo non siamo quello che costruisce sempre e ovunque la possibilità, per ogni ragazzo che si affaccia alla vita adulta, di lavorare dove è nato. È una cosa che sappiamo tutti, e che raramente ci fermiamo a mettere in discussione: e se, invece, restare non fosse un ripiego, ma una scelta tanto coraggiosa quanto quella di partire?
C'è un bivio, in cui questa certezza vacilla. È l'ultima curva prima di un treno o di un aeroporto: il momento in cui, di fronte all'ennesima valigia fatta, qualcuno decide di svoltare nella direzione opposta. Non verso la partenza, ma verso casa. Per anni, in Friuli Venezia Giulia, quella controsterzata l'hanno fatta in pochi, perché la maggior parte, da quel bivio, ha continuato dritta verso l'autostrada, verso un aeroporto, verso una vita altrove. Ma da qualche tempo, in mezzo al traffico di chi parte, si è fatta più fitta anche la fila di chi rientra. O di chi, semplicemente, non se n'è mai voluto........
