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Il problema non è il woke. È la sinistra

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24.08.2026

C’è qualcosa di quasi surreale nel dibattito politico italiano di questi giorni. A meno di un anno dalle elezioni, con un Paese che deve fare i conti con salari, sanità, costo della vita, precarietà, denatalità, sicurezza, scuola, pensioni, diritti e una fiducia sempre più fragile nei confronti della politica, una parte del centrosinistra ha trovato finalmente il nemico da combattere. Il woke.

Giuseppe Conte ha aperto il dibattito sostenendo che alla sinistra non serva il woke e raccontando di averne sperimentato personalmente gli “eccessi“. Matteo Renzi gli è andato dietro: le elezioni, sostiene, si vincono sugli stipendi e non sull’ideologia woke. Benissimo. C’è soltanto un piccolo problema.

Perché a forza di importare dagli Stati Uniti parole, categorie e guerre culturali rischiamo di dimenticarci di vivere in Italia. “Woke” nasce dalla cultura afroamericana e significa letteralmente essere svegli, consapevoli, soprattutto davanti alle ingiustizie razziali e sociali. Negli anni il termine ha allargato enormemente il proprio significato, comprendendo battaglie contro razzismo, sessismo, omobilesbotransfobia e discriminazioni. Poi, soprattutto negli Stati Uniti, una parte di quella cultura ha assunto caratteristiche più radicali: cancel culture, esasperazioni linguistiche, riletture talvolta discutibili della storia e dell’arte, contrapposizioni identitarie. Possiamo discuterne, criticarne gli eccessi. Possiamo persino riconoscere che in alcuni ambienti progressisti americani una cultura nata per includere abbia finito talvolta per creare nuovi recinti. Ma possiamo anche dire una cosa molto semplice? Quella rivoluzione woke, in Italia, non c’è mai stata.

Non abbiamo avuto università trasformate su larga scala dalle culture identitarie americane. Non abbiamo avuto una classe politica progressista costruita intorno alla cancel culture. Soprattutto non abbiamo avuto governi che abbiano imposto una fantomatica agenda woke. A dire il vero, facciamo ancora fatica persino ad approvare alcune delle conquiste civili che altrove appartengono da anni alla normalità democratica. Non abbiamo il matrimonio egualitario. Nessuna legge organica contro i crimini d’odio omolesbobitransfobici. Continuiamo a discutere del riconoscimento delle famiglie omogenitoriali. L’educazione sessuale e affettiva nelle scuole continua a provocare battaglie ideologiche. Le persone transgender devono ancora affrontare discriminazioni e ostacoli.

E mentre accade tutto questo, una parte della politica progressista italiana si interroga preoccupata su come liberarsi del woke. Da cosa esattamente........

© La Voce d'Italia