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Pronto soccorso aiutami tu!

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06.10.2026

Di passaggio a Roma, alla vigilia del mio rientro a Madrid, ho avuto dei dolori all’addome e mi sono recato al pronto soccorso più vicino, il San Camillo.

Recentemente si è parlato molto del nuovo pronto soccorso, all’avanguardia su tutto, e senza dubbio lo è se parliamo di macchinari e di professionalità, ma qualche perplessità sulla gestione delle emergenze e sul rispetto della dignità del paziente, probabilmente rimane.

Arrivato poco prima delle 7 di mattina, l’ingresso, un po’ nascosto e con indicazioni di scarsa chiarezza, era una porta semiaperta con due agenti di pubblica sicurezza sotto l’indicazione polizia. Perplesso, chiedo ai due, che confermano: quello è l’ingresso, aggiungendo che dovevo aspettare che arrivasse qualcuno. Fin lì nulla da obiettare, l’androne era pulito e ben tenuto, sembrava tutto nuovo e non c’era nessuno. Dopo pochi minuti arriva un infermiere addetto all’accettazione che mi porta in quello che sarebbe lo spazio adibito allo smistamento, che in italiano viene chiamato “triage”. Era uno spazio aperto che dava su un grande androne pieno di lettighe e di gente più o meno sofferente, e già al “triage” c’era gente che passava e, questo mi ha un po’ sorpreso, interrompendo l’infermiere che mi stava interrogando e preparando per la fase successiva. Disattenzione veniale, perché il lavoro comunque veniva fatto con serietà, ma privacy neanche un po’…  quindi ago in vena, prelievo del sangue e i soliti controlli che si conoscono, per poi portarmi in un androne adiacente che si apriva al mio fianco. In questo spazio, molto grande, mi mettono su una lettiga e dopo un po’ mi mettono al posto 19, con lettighe schierate come in un parcheggio a pettine con doppia fila, senza paraventi e senza intimità.

Da lì, in attesa della visita, osservavo la scena: gli infermieri che chiacchieravano di gusto, giovani, due di loro, forse in attesa di flirt, mimando un passo di danza, uno parlando del gatto che è più affettuoso delle donne che aveva conosciuto, poi il caffè, il cornetto, le risate che si sono fatti, e meno male, perché lavorando in condizioni disastrose e stressanti, essere di buon umore aiuta anche al povero paziente che non sa cosa gli aspetta. Insomma, il contrasto tra la vita che si esibisce nella sua bellezza e la stessa vita che, sui lettini, esibiva la sua scomoda fragilità, mi ha incuriosito e ha alleggerito l’attesa. Devo dire che gli infermieri del primo turno, allegri e gentili, nonostante il loro socializzare euforico, non erano disattenti.

Da parte mia, essendo appena entrato ed essendo di natura ottimista, non portavo disperazione o lamentele. Dolori sì, ma non lancinanti. E........

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