Rapporto genitori e figli, lo psicologo: “Si scrivono su WhatsApp più di quanto parlino in casa”
Luca Pianigiani è coautore di Dentro le ferite. Sette storie di adolescenti in psicoterapia
Siena, 3 aprile 2026 – “Il 95% degli adolescenti utilizza internet quotidianamente, più del 98% dei preadolescenti possiede uno smartphone e il tempo medio online supera spesso le 4–6 ore al giorno. Le piattaforme di messaggistica e i social sono diventati ambienti relazionali primari, non semplici accessori; con fantomatici ’esperti’ di 13 anni che si propongono come guide di vita per i coetanei.
Luci e ombre. Non tutto è da buttare, anche perché internet è una parte ineludibile della vita contemporanea. Eppure la società, in ogni parte del mondo, sembra rispondere chiedendo regole, divieti, limiti. Come se dopo i 18 anni tutti fossero improvvisamente in grado di gestire questo strumento. Più una semplificazione culturale che un’evidenza reale”: inizia così il dottor Luca Pinaigiani, responsabile Psicologia Asl area senese.
“Ci indigniamo che internet sia in mano ai bambini – prosegue lo psicologo –. Ma non ci siamo accorti che i diari scolastici sono scomparsi, sostituiti da piattaforme online che genitori e figli consultano, separatamente, per sapere i compiti del giorno dopo. Genitori e figli che si scrivono su WhatsApp più di quanto si parlino in casa.
C’è una scena che mi è rimasta in testa, straordinariamente esplicativa. È una pubblicità di una nota app di parental control. Genitori e figli in auto: gli adulti davanti che parlano, i ragazzi dietro, ognuno immerso nel proprio smartphone. A un certo punto, padre e madre si guardano. La madre sorride e attiva l’app che spegne i telefoni dei figli. Ecco, gli adulti oggi usano un’app per impartire un ordine che non riuscirebbero più a esprimere a parole. Un’assenza completa di sguardi, quando ai tempi dei nostri genitori ne sarebbe bastato uno solo. Due mondi che non si incontrano più. E allora i ragazzi smettono di parlare. Quasi mai è una dipendenza, è un tentativo di gestire uno spazio che non riescono a colmare diversamente”.
Uso corretto della tecnologia?
“Questa domanda la rivolgerei prima di tutto agli adulti. I ragazzi non vivono il rapporto con i social in termini morali o tecnici. Li usano. In modo immediato, quasi viscerale. Come se dicessero: per esistere devo stare lì dentro. I social diventano così un luogo in cui esercitarsi nella relazione. Per molti ragazzi stare in relazione non è un optional: è una condizione essenziale per sentire di esistere. Se quello spazio non si trova nel mondo fisico, lo cercano online. Lì possono illudersi di esserci senza esporsi del tutto. Internet diventa allora uno spazio ambiguo ma potentissimo: un posto in cui posso esserci senza dovermi consegnare del tutto alla relazione reale”.
“Manca il tempo. Tutto corre, è pieno, programmato. Gli spazi vuoti non sono mai esistiti per la generazione Z e non esisteranno per la Generazione Alpha, quei bambini nati dopo il 2013 che stanno affrontando una pubertà sempre più precoce. Manca uno spazio in cui non sia necessario funzionare, essere performanti. Manca la possibilità di essere visti anche quando non si è all’altezza. I ragazzi oggi sono molto esposti, ma poco incontrati”.
L’errore degli adulti?
“La fretta, prima di tutto. La fretta di capire, spiegare, correggere, prima ancora di aver ascoltato. E poi c’è qualcosa di più sottile: la sensazione di essere soli di fronte alla difficoltà dei propri figli. Trovarsi davanti a un atteggiamento difficile, oppositivo, a volte distruttivo, e non sapere dove portare quel peso. Ed è molto più semplice dire ’è colpa dei social’ che fermarsi e chiedersi ’cosa non siamo riusciti a vedere?’”.
Cosa dovrebbero fare genitori e istituzioni?
“Restare. Rallentare. Provare a ritrovare una solidità nelle relazioni. Ascoltare senza trasformare subito in intervento. Accettare di non capire tutto. Non scivolare nel controllo come surrogato della relazione. I ragazzi sentono il bisogno della fiducia. E soprattutto non togliere subito quello che, per quanto imperfetto, sta tenendo insieme qualcosa. Il digitale può essere una porta, spesso l’unica aperta”.
Cosa fanno i servizi Asl?
“I servizi sono sempre più presenti nella mente dei ragazzi. Sono loro stessi a chiedere più psicologia nelle scuole, a voler essere ascoltati. Il digitale entra nelle terapie come strumento: la videogametherapy; realtà virtuale; social challenge su temi di salute dentro le scuole. La logica di fondo è che dobbiamo parlare la stessa lingua dei ragazzi. Poi ci sono i consultori giovani, cui rivolgersi senza passare dai genitori: le richieste sono centinaia nella provincia. I ragazzi chiedono uno spazio loro. Se vogliamo comprenderli, dobbiamo spostare lo sguardo: non dallo schermo al mondo, ma dallo schermo alla relazione”.
© Riproduzione riservata
