E Rothko incontrò il Rinascimento: il maestro del colore in mostra a Firenze
Rothko dialoga con il Beato Angelico nel Museo di San Marco
Firenze – “Michelangelo è riuscito a ottenere proprio quella sensazione particolare che ricercavo: ha fatto sì che i visitatori abbiano l’impressione di essere imprigionati dentro una stanza in cui le porte e le finestre sono murate cosicché non resta loro che sbattere la testa contro il muro per l’eternità”. È il 1966 e per Mark Rothko che si aggira nel Vestibolo della Biblioteca Laurenziana progettata dal Buonarroti, quello è il secondo viaggio a Firenze. La sua prima folgorazione, quasi un’epifania, risaliva al 1950, nel Museo di San Marco al cospetto degli affreschi del Beato Angelico, dove trovò un’atmosfera devozionale che portava alla spiritualità che andava cercando. Pur attraversando la prima fase figurativa e poi simbolista, è dalla lezione e dal dialogo con i maestri del Rinascimento che dalla metà degli anni Quaranta del ‘900 il grande artista americano (nato nel 1903 a Daugavpils, all’epoca Russia oggi Lettonia, e morto a New York nel 1970), approderà ai suoi “color fields“, campi di colore, raggiungendo l’intensità contemplativa che invita alla resa dell’io.
Questo viaggio, fino alle ultime opere delle serie dei murali “Seagram“ e “Harvard“, è raccontato nella mostra aperta da domani a Palazzo Strozzi di Firenze (fino al 23 agosto) dal titolo non a caso “Rothko a Firenze“, dove oltre settanta opere, molte delle quali mai esposte prima in Italia, ripercorrono la carriera del maestro dell’espressionismo astratto, grazie ai prestiti delle più prestigiose collezioni, pubbliche e private. A ricostruire questo percorso intriso di spiritualità e poesia è il figlio Christopher Rothko, che cura la mostra con Elena Geuna, portando le opere fin dentro a quei luoghi che tanto avevano segnato il padre, legandolo alla tradizione artistica italiana.
“Nelle celle affrescate dall’Angelico a San Marco abbiamo collocato cinque opere di Rothko di piccolo formato – spiega Christopher, arrivato a Firenze con la sorella Kate –, appartenenti a periodi differenti, in dialogo diretto con cinque degli affreschi che tanto lo avevano ispirato. Le scelte sono state guidate da affinità di colore, di materia e soprattutto di spirito. Mio padre desiderava che chi osservava i suoi dipinti provasse la stessa esperienza religiosa che lui aveva provato mentre li realizzava””.
E poi il Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana, dove due opere fronteggiano lo scalone di Michelangelo: “Sono esposti due studi preparatori di Rothko per i pannelli Seagram – prosegue Elena Geuna – Sono collocati all’interno dello spazio drammaticamente chiuso che ispirò Rothko a crearne uno proprio. Oggi possiamo percepire l’eco dell’esperienza fiorentina di Rothko alla Tate Modern di Londra e a Tokyo, dove ambienti dedicati ai suoi Seagram Murals avvolgono il visitatore in uno spazio totalizzante”.
Ma è poi attraversando le dieci sale di Palazzo Strozzi, che si ritrovano le celebri tele astratte con ampie campiture cromatiche che danno vita a una nuova percezione dello spazio, oltrepassando la bidimensionalità della tela: “Rothko ha ridefinito il linguaggio della pittura del Novecento, trasformando il colore in esperienza, spazio e meditazione”, ha detto Arturo Galansino, direttore della Fondazione Palazzo Strozzi.
In un primo nucleo di opere degli esordi, compreso l’autoritratto, emerge l’interesse di Rothko per una dimensione simbolica e psicologica della figura e per l’impianto compositivo rinascimentale come in “Interior“ (1936) in cui è evidente il richiamo alla tomba di Giuliano de’ Medici di Michelangelo nella Sagrestia Nuova di San Lorenzo.
A queste si affiancano i lavori neo-surrealisti degli anni Quaranta, preludio alla dissoluzione della forma in quelli che verranno detti “Multiforms“. Nelle successive grandi tele astratte come “No. 3 / No. 13“ (1949) del MoMA di New York o “Untitled“ (1952-1953) del Guggenheim Museum di Bilbao, la luce e il colore invitano alla meditazione.
Non poteva mancare una sala dedicata alla famosa Rothko Chapel di Houston, che nel 1971 sarà consacrata come luogo interreligioso, un anno dopo il suo suicidio nello studio di New York. Il percorso si conclude con la serie pittorica “Black and Gray“ (1969-1970) e le ultime opere su carta in cui attraverso tinte terra di Siena, rosa e celeste, la pittura raggiunge una sintesi di introspezione e rigore. Compiendo probabilmente quello che era il suo sogno: portare la pittura alla stessa intensità della musica e della poesia. Organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi, la mostra è in collaborazione col Ministero della Cultura (Museo San Marco e Biblioteca Medicea Laurenziana) e sostenuta, tra gli altri, da Comune di Firenze, Regione Toscana, Città Metropolitana, Camera di Commercio, Fondazione CR Firenze, main partner Intesa Sanpaolo.
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