Assalto ai pronto soccorso, i medici: “Andiamo noi nelle case di comunità”
Pronto soccorso dell'ospedale di Cisanello, Pisa (foto di Enrico Mattia Del Punta)
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Firenze, 7 aprile 2026 – Non c’è nulla di nuovo nell’ultimo assalto ai pronto soccorso toscani nei giorni delle feste di Pasqua. E la mancanza di novità è la spia di una crisi ormai strutturale. La chiave di volta sta in due parole: medicina territoriale. Della riforma che avvicina la sanità ai cittadini nelle case di comunità – anche se sulla carta avviata – non si avverte alcun beneficio: i cittadini senza strutture e figure di riferimento sul territorio si riversano al pronto soccorso. Con le conseguenze ormai note.
"Andiamo noi nelle case di comunità”
“Siamo in attesa che qualcosa cambi, siamo anche disponibili ad andare noi medici del pronto soccorso a lavorare nelle case di comunità – spiega il presidente della sezione toscana della Società di medicina di emergenza urgenza Giuseppe Pepe, direttore del pronto soccorso del Versilia – E chiediamo che le istituzioni prendano in considerazione la nostra disponibilità, principalmente per il bene di tutti i toscani che passa anche dalla salvezza dei pronto soccorso. Se dovessimo occuparci solo delle vere emergenze il personale sarebbe sufficiente e non ci sarebbe sovraffollamento”.
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Lo studio sulla rivista scientifica internazionale
Già. E non è un’iperbole, ma il gelido referto che emerge dallo studio appena pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Emergency Care Journal. L’indagine, condotta dal board di Simeu Toscana su un campione di 336 medici tra la fine del 2025 e l’inizio di quest’anno, fotografa una realtà in cui la fuga non è un’ipotesi, ma un dato di fatto. Sul totale degli intervistati, 27 professionisti (l’8%) sono già usciti. E’ la punta di un iceberg che nasconde una massa sommersa: il 72% dei medici rimasti ha già considerato, pianificato o attuato le procedure per l’addio.
Manca il ricambio generazionale
Le stanze dell’emergenza degli ospedali toscani sono diventate un fortino presidiato da veterani stanchi. Il 46% dei medici d’urgenza ha superato i 60 anni. E’ un esercito di esperti affaticato da turni massacranti che riesce a fatica o non riesce a conciliare la vita privata con il lavoro, mentre la classe di mezzo dei quarantenni appare quasi del tutto evaporata: emigrata altrove. A reggere l’urto restano gli over 60 e una quota di specializzandi (circa il 20% del campione), spesso inseriti forzatamente nei turni tramite decreti d’urgenza come il Calabria. Manca il ricambio generazionale perché manca una prospettiva di respiro.
Il tradimento definitivo arriva dai maestri: il 56,8% degli intervistati, oggi, non consiglierebbe ai giovani di intraprendere questa carriera. Non è cinismo ma il riconoscimento di un fallimento strutturale. L’impatto con la vita privata è una collisione frontale: tra chi ha già abbandonato il campo, l’88% ha indicato come motivo dell’addio l’incompatibilità tra turni massacranti e la qualità di vita. Il sistema non trattiene più perché ha smesso di essere sostenibile.
Il pronto soccorso si è trasformato in un imbuto dominato dal boarding: la paralisi del medico d’urgenza costretto a fornire cure da reparto in corridoio a pazienti che attendono un posto letto per giorni. Questo fenomeno logora il 55% del personale e si somma al peso degli accessi impropri (60%) e di una retribuzione giudicata inadeguata dal 61% dei professionisti.
Il futuro ha il fiato corto. Solo il 20,6% degli operatori ritiene che il proprio lavoro rimarrà gestibile nei prossimi tre anni. Senza interventi radicali sulla logistica dei ricoveri, sull’adeguamento degli stipendi, sulla dignità del lavoro, sulla prospettiva concreta di una medicina territoriale efficace, il rischio è di trovarsi con pronto soccorso tecnologicamente avanzati ma svuotati di professionisti necessari a farli funzionare. La medicina d’urgenza toscana chiede ascolto e condizioni per poter restare.
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