“Quando il benessere dell’altro prende il posto del proprio, siamo davanti a una dipendenza affettiva”
Due fidanzati a Firenze
Articolo: Cinque incontri per riconoscere i legami che feriscono e costruire relazioni più sane
Arezzo, 13 marzo 2026 – «Il segnale più evidente è quando una persona non riesce più a stare bene senza l’altro e finisce per mettere da parte se stessa, i propri desideri, i propri progetti. Il benessere dell’altro prende il posto del proprio. E la persona si annulla». Marco Becattini, responsabile del SerD di Arezzo, spiega così che cosa si nasconde dietro la dipendenza affettiva, al centro del percorso di gruppo “Legami che curano, legami che feriscono”, cinque incontri promossi dal servizio per le dipendenze per aiutare a riconoscere relazioni che fanno soffrire e recuperare autonomia emotiva.
Dottor Becattini, quali sono i segnali spia di una dipendenza affettiva?
«Sono il non sentirsi bene senza la persona cui si è legati, avere interessi prevalentemente rivolti verso quella persona e sottrarre energie ai propri progetti, alle proprie attività e ai propri desideri. Quando il benessere e la soddisfazione dell’altro prendono il posto dei propri, siamo davanti a un campanello d’allarme. All’inizio può sembrare un idillio, ma col tempo la persona si annulla e perde tutte quelle occasioni che prima erano fonte di benessere. Si impoverisce, antepone gli interessi dell’altro ai propri, fino ad arrivare a indebolire i propri desideri e a modellare la propria autostima in funzione dell’altro. Si diventa, di fatto, un’ombra, uno strumento».
Quando una relazione diventa davvero pericolosa?
«Quando è sbilanciata. Spesso il dipendente affettivo si lega a persone con tratti narcisistici o approfittatori. È importante fermarsi e chiedersi: sono contento? Mi sento rispettato? Questo ruolo servile è reciproco? Io vivo per il piacere dell’altro, ma l’altro mi aiuta quando ho bisogno? Quando tutto è squilibrato a svantaggio di una sola persona, la relazione diventa malata. Alla fine si arriva a pensare che solo l’altro possa farci stare bene e che senza di lui tutto perda valore».
«Il primo passo è accorgersi dell’eccesso e accettare l’aiuto. A volte è lo stesso partner a farci capire che stiamo perdendo noi stessi. È poi importante ascoltare chi ci propone altri interessi, altri spazi. Recuperare parti della propria vita che non ruotano solo attorno al partner è fondamentale per ritrovare autonomia».
E se il buon consiglio non arriva?
«Il dipendente affettivo tende a isolarsi, purtroppo è vero, e questo è già un indice della forza annientante del legame. Quello che tiene legata la persona è spesso la paura della perdita, la paura della solitudine. In molti casi c’è un percorso incompiuto verso l’indipendenza: non si tollera stare da soli e si cerca nell’altro ciò che dovrebbe essere dentro di noi. Quando ci accorgiamo che la solitudine ci spaventa troppo, quello è il momento in cui bisogna farsi aiutare. Anche per questo il SerD si sta aprendo sempre di più ad accogliere questo tipo di domanda».
È un problema che riguarda soprattutto le donne?
«È più frequente nelle donne, ma non è esclusivo. Stiamo vedendo sempre più casi anche tra gli uomini. Si tratta di un fenomeno trasversale, che può riguardare persone molto diverse tra loro».
Quanto incidono i fattori familiari e sociali?
«Molto. Il rischio di sviluppare una dipendenza affettiva è maggiore quando nei primi anni di vita mancano protezione e stabilità. I primi mille giorni sono fondamentali per costruire l’equilibrio di una persona. Più una società sostiene la genitorialità e i diritti dei bambini, più favorisce un percorso di crescita che porta all’autonomia. Quando questo non accade, è più facile che da adulti si cerchi nell’altro ciò che non si è riusciti a costruire dentro di sé».
Che consiglio darebbe ai genitori?
«Guardare i figli per quello che sono, non per quello che vorremmo che fossero. Lasciarli sperimentare, non soddisfare subito ogni richiesta, aiutarli a impegnarsi per raggiungere ciò che desiderano. Il dialogo, l’attesa, lo scambio sono fondamentali. In una società che spinge all’omologazione è però purtroppo più difficile accettare l’unicità di ciascuno, ma è proprio questo che permette di diventare adulti autonomi e meno esposti a relazioni dipendenti».
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