Il campione del silenzio. La leggenda D’Agata prese il mondo a pugni sfidando la disabilità
Il pugile sordomuto nel 2026 avrebbe compiuto 100 anni ed è stato ricordato dalla Federboxe come uno dei miti dello sport tra dolore e voglia di riscatto.
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Il rumore che Mario D’Agata non ha mai potuto ascoltare è lo stesso che ha saputo scatenare come nessun altro aretino nella storia dello sport: il boato della folla. Pochi giorni fa, nel Salone d’Onore del Coni, la Federazione pugilistica italiana ha celebrato i 110 anni di storia. Tra i ricordi delle medaglie e dei trionfi, il presidente Flavio D’Ambrosi ha voluto dedicare un ricordo e un applauso a due leggende. Una era Nino Benvenuti, l’altra era il nostro Mario, il figlio di Arezzo che a maggio avrebbe compiuto 100 anni.
La storia di D’Agata non è solo cronaca sportiva, ma una straordinaria vicenda umana di riscatto e determinazione. La vita, per Mario, parte in salita. Viene alla luce ad Arezzo il 29 maggio 1926 in una famiglia povera e numerosa: sei figli, un padre originario della Sicilia e una quotidianità in cui il pane scarseggiava.
D’Agata nasce sordomuto in un’epoca in cui le disabilità erano muri insormontabili: viene mandato in un istituto a Siena. Arriva alla terza media, ma soprattutto impara a usare le mani: diventa un abile intagliatore di legno, un decoratore di ceramiche. Con scalpelli e sgorbie ha un tocco magico e sua madre si commuove davanti a ogni suo lavoretto.
Ma le mani di D’Agata erano destinate a un’altra arte. A 17 anni, assiste per caso a una riunione di pugilato tra militari britannici. È una folgorazione. Torna a casa tirando colpi a vuoto: ha trovato la sua voce.
La palestra dell’Accademia Pugilistica Aretina e il maestro Bruno Giuliattini accolgono quel ragazzino magro e scattante. Giuliattini capisce subito di avere di fronte un campione raro.
Il passaggio al professionismo, però, si scontra con la burocrazia. I parrucconi della Federazione non vogliono concedergli la licenza per boxare: "Come farà a sentire il gong?". Ci vuole l’amore della sua città per abbattere quel muro. Gli aretini si mobilitano e una petizione, che vede come primo firmatario Amintore Fanfani, costringe la Federboxe a tornare sui propri passi. Il 14 ottobre 1950, a Siena, Mario fa l’esordio tra i grandi battendo ai punti Giuseppe Salardi. Il pugile scala le classifiche, la sua boxe è asfissiante, senza tregua: lo ribattezzano "il piccolo Marciano". Nel 1953, nel catino infuocato del Politeama di Siena, diventa campione italiano dei pesi gallo battendo l’argento olimpico Gianni Zuddas.
Eppure il destino gli riserva un’altra prova tremenda. È il luglio del 1955. Durante un litigio per una cambiale protestata con un socio di una tintoria in centro, Giuseppe Petitto, Mario viene coinvolto in una sparatoria. Disarma l’aggressore della pistola, ma poco dopo lo stesso torna con un fucile. Un colpo gli squarcia il polmone destro.
Dal suo letto d’ospedale, sopravvissuto per miracolo a una prognosi che non ammette sconti, Mario sorride di fronte alle macchine dei fotografi: "Ci vediamo presto sul ring".
Non è una promessa a vuoto. D’Agata si riprende in tempi da record e nell’ottobre del 1955 a Milano conquista il titolo europeo contro il francese André Valignat. Poi, nel gennaio 1956, vola a Manila sconfiggendo a casa sua il temibile Little Cezar.
È il preludio alla gloria che si materializza il 29 giugno 1956 allo stadio Olimpico di Roma. Sugli spalti ci sono ben 38mila spettatori, l’apertura dei cancelli avviene sette ore prima. Un’intera tribuna è riservata all’associazione sordomuti, su richiesta del pugile. Di fronte ha il franco-algerino Robert Cohen, detentore della corona mondiale.
Lo scontro è feroce. Alla seconda ripresa un taglio si apre sul sopracciglio dell’aretino. Ma Mario non può perdere, non quella sera. Raddoppia i colpi, assedia l’avversario. Alla fine del sesto round, un destro di D’Agata centra la mandibola di Cohen. Lo salva la campana ma poi non riesce a rialzarsi per il settimo.
È l’apoteosi: "Nel momento in cui mi hanno dato la cintura ho capito di aver vinto la cosa più grande della mia vita", racconterà più avanti. D’Agata è campione del mondo. L’unico sordomuto nella storia ad aver compiuto un’impresa simile.
L’Olimpico di Roma impazzisce, Arezzo scende in strada.
La città lo accoglie come un eroe, portato in trionfo tra la folla. È il momento più alto della sua carriera, ma anche il simbolo di qualcosa di più grande: la dimostrazione che i limiti possono essere superati.
La corona iridata resterà sua fino alla primavera del 1957, quando a Parigi perde ai punti contro Alphonse Halimi in un incontro segnato anche da un blackout dell’impianto elettrico che interrompe a lungo il combattimento. D’Agata però non si ferma. Nello stesso anno riconquista il titolo europeo battendo Federico Scarponi a Cagliari. Chiuderà la carriera con un bilancio di 54 vittorie, di cui 22 prima del limite, 10 sconfitte e 3 pareggi.
"La boxe mi ha insegnato ad essere forte, a superare gli ostacoli della vita e, cosa più importante, a sentirmi uguale agli altri", amava ripetere.
Il ricordo di D’Agata nella festa dei 110 anni dalla nascita di quella stessa Federazione che un tempo non voleva tesserarlo, si aggiunge al palasport delle Caselle che Arezzo ha dedicato da anni al suo guerriero silenzioso.
L’omaggio al grande campione che non sentiva il suono del gong ma che faceva battere forte il cuore di una città.
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