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Il futuro incerto degli adolescenti in due grandi film

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15.05.2026

Arrivano in sala due grandi film, che poco dopo Un anno di scuola di Laura Samani indagano e fotografano con ulteriore precisione il mondo dei giovani, adolescenti o poco più, in maniera sottile e intensa, quanto adatta a tutte le generazioni: il romeno Tre chilometri alla fine del mondo, di Emanuel Pârvu, vincitore nel 2025 a Cannes della Queer palm, e il francese E i figli dopo di loro, dei fratelli Ludovic e Zoran Boukherma, vincitore nel 2024 a Venezia del premio Mastroianni per l’attore emergente.

Entrambi crudi e delicati in maniera indissolubile, il primo dall’incantevole quiete, ma solo apparente, ambientato nel delta del Danubio, il secondo più rock e movimentato, ambientato nell’est della Francia.

Due film freschi, ispirati e sensibili, che indagano meravigliosamente soprattutto volti e corpi giovanili, ma anche volti e corpi maturi all’interno di altrettanto magnifici paesaggi, di una luce leggera e solare, estiva, una natura che cozza, stride con il determinismo delle costrizioni e convenzioni sociali, dei pregiudizi razziali, religiosi o di genere, dell’alienazione determinata dall’ossessione per lo status e dalla perdita del lavoro. Con tutta la marginalizzazione che ne consegue.

Nel momento in cui si apre il festival di Cannes, con una selezione molto promettente e in cui allo stesso tempo si addensano molte nubi sul fondamentale cinema statunitense, sono importanti film d’autore del genere, incentrati sui ragazzi. Perché arrivano quando per loro si restringe la nozione di futuro, la linea d’orizzonte. Proprio come, paradossalmente, succede appunto al cinema statunitense, fondamentale per trainare il grande pubblico – per esempio con la bella riuscita di Il diavolo veste Prada 2 di David Frankel – e che a volte riesce ancora a unire arte e intrattenimento in modo unico, come di recente hanno dimostrato, nella loro grande diversità, Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson e Avatar. Fuoco e cenere di James Cameron.

Tra paradiso e inferno

Tra paradiso e inferno

Veniamo però a Tre chilometri alla fine del mondo e a E i figli dopo di loro. Con il racconto di un’estate nel caso del primo, quattro nel secondo, anche se in quest’ultimo sembra un’unica stagione, tale è la densità e la concentrazione di personaggi e avvenimenti, come fosse un unico flusso.

Nel terzo lungometraggio di Pârvu assistiamo alle giornate tranquille, quiete, di uno studente che è tornato a casa dalla capitale romena, dove studia, per passare le vacanze e riposarsi con i suoi genitori in un grazioso villaggio sul delta del Danubio (e proprio per questo raggiungibile solo in barca). Ma prima di questo, a interrompere i titoli di testa, un frammento d’immagine paradisiaca, un’inquadratura panoramica sulla spiaggia, fra tramonto e crepuscolo, dove si stagliano le silhouette di due ragazzi che parlano, solitari, con dietro l’orizzonte del mare.

Un’immagine che è anche la metafora del paradiso potenziale che potrebbe essere quel luogo e quella vacanza e, per estensione, l’esistenza su questo pianeta se l’umanità non avesse la straordinaria capacità di complicarsi la vita e creare drammi invece di guardare alle cose con semplicità, compassione e comprensione. Anche e soprattutto quando gli eventi collidono con la propria striminzita visione del mondo. In realtà quel frammento di paradiso estivo preannuncia il dramma, l’inferno (o inverno interiore) che verrà.

Alle sfumature del blu crepuscolare succedono quelle dell’interno di una bella abitazione rustica, dove molti oggetti, aste di legno, porta d’ingresso e tavoli sullo sfondo del cortile sono di un azzurro che ricorda qualcosa della Grecia. È una bella inquadratura in orizzontale, che taglia........

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