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La profezia di Sciascia e l’ascesa dell’Antimafia che tradì il Maxiprocesso: professionisti, depistaggi, doppio binario

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31.08.2026

Nel gennaio del 1987, a dibattimento in corso, Leonardo Sciascia scrisse sul Corriere l’articolo più insultato della storia del giornalismo italiano: quello sui professionisti dell’antimafia. Fu trattato da nemico, lui che la mafia l’aveva raccontata quando negarla era la regola. Diceva una cosa semplice e intollerabile: che l’antimafia poteva diventare uno strumento di potere, una carriera, una rendita di posizione. Quarant’anni dopo, è difficile trovare una pagina più profetica. E la prova sta in un paradosso che conosco da vicino: l’uomo che dell’antimafia aveva costruito il fondamento giuridico — il presidente che trasformò il teorema in giudicato — non divenne mai un professionista dell’antimafia. Per questo fu dimenticato.

Bisogna intendersi su che cosa vinse, davvero, nel maxiprocesso. Non vinse la durezza: diciannove ergastoli li avrebbe saputi infliggere chiunque, e non sarebbero sopravvissuti al primo grado di impugnazione. Vinse l’equilibrio. Un giudice terzo e sereno, equidistante dalle parti, che pretese la formazione della prova nel contraddittorio, vagliò i pentiti riscontro per riscontro, assolse centoquattordici imputati e proprio per questo consegnò alla Repubblica condanne inattaccabili. Era il metodo di Falcone e Borsellino — l’analiticità, la scientificità, l’ossessione del riscontro — saldato al metodo di mio padre: la regola applicata a tutti, con cortesia inflessibile. La serenità non era una virtù decorativa: era l’arma.

È esattamente ciò che l’antimafia successiva ha smarrito. Dopo le stragi, nel trauma e nell’emergenza, nacque un’antimafia diversa: muscolare, mediatica, emergenziale per vocazione e non per necessità. Cambiò l’imprinting: al riscontro analitico si sostituì, troppe volte, il teorema autosufficiente; alla terzietà, il protagonismo; alla giurisdizione, la militanza. Non è un processo alle persone, perché un modo di vivere la magistratura si giudica dai risultati. La stagione che a Palermo si aprì nel 1993 con il procuratore Caselli — magistrato che ha fatto il suo lavoro, con una caratterizzazione politica peraltro mai nascosta — va misurata così, alla prova dei processi: quanti vinti, quanti persi. I grandi teoremi sui rapporti tra mafia e politica, annunciati come rivoluzioni, si chiusero dopo calvari decennali con assoluzioni e prescrizioni; e la condanna simbolo di quella stagione, Contrada, sarebbe stata demolita a Strasburgo.

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