Taiwan all’intersezione di tre guerre: cyber, cognitiva e boots on the ground
TAIPEI – Il flusso di viaggiatori del “Taoyuan Airport”, il traffico nelle strade fin dalle prime ore del mattino, l’euforia del mercato notturno. Tutto si può dire della capitale taiwanese fuorché sia una città in stato di allerta. «Business as usual», dice un venditore seduto con indolenza tra decine di T-shirt e jeans. Pochi passi più avanti, c’è uno dei tanti supermercati aperti h24. Il governo taiwanese ha fatto di queste catene private degli hot spot, tali per cui, in caso di invasione, la popolazione sia subito rifornita delle prime necessità.
«Siamo il loro primo bersaglio», dice Wen-Jia Luo, vice presidente della Straits Exchange Foundation (Sef), l’ente semiufficiale che Taiwan usa per gestire i rapporti civili e commerciali con la Cina continentale. Dopo i successi degli anni Novanta – c’era la Sef dietro gli incontri Koo-Wang del 1993 di avvio del dialogo tra i due governi – e la chiusura della serie di trattati commerciali firmati all’inizio del Terzo millennio, l’organizzazione oggi è vittima di una lunga bonaccia dovuta al giro di vite imposto da Xi Jinping. «È lui il falco che dal 2016 ha interrotto il dialogo», aggiunge Luo, pur spiegando che la corte del Partito comunista cinese (Pcc) è fatta di mandarini zeloti ancora più intransigenti del loro stesso leader. Passato il vertice di Pechino Xi-Trump, Lai Ching-te, il presidente della........
