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Il Magnifico immaginifico, morto a 87 anni Fabio Roversi-Monaco. Il rettore che cambiò l’ateneo e Bologna

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28.03.2026

Fabio Roversi-Monaco all’Accademia delle Belle Arti

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Bologna, 28 marzo 2026 – Non le lapidi di marmo dislocate a Bologna, in Emilia-Romagna e in Italia, né i palazzi grandiosi o le chiese restituite, né le sacre aule dei riti universitari e quelle delle istituzioni, né gli uffici delle firme che hanno segnato la Storia, né i luoghi del potere del Paese, né le segrete stanze, ovunque esse fossero. Se potesse parlare, mi chiedo cosa direbbe quel biliardino sotto il portico della casa in campagna, quel biliardino delle infinite partite, ed eterno amore di famiglia, e immense amicizie, brutale metafora di successi, gol, ma anche delle battute d’arresto. Cosa direbbe quel biliardino del suo vivace, nobile padre e custode, Fabio Alberto Roversi Monaco, anzi Roversi-Monaco, anzi il presidente, anzi il principe, anzi il Magnifico, anzi il più magnifico dei magnifici rettori? E se magnifico significa ’fare grande’, in un senso non solo di grandezza fisica ma anche di esponenziale dialogo e discussione e confronto, a volte strappi violentissimi e durezza rivendicata senza paura alcuna, e se è vero che ogni uomo muore, può morire un’idea, una storia, la Storia?

Funerali Fabio Roversi Monaco, quando e dove Bologna lo saluterà per l’ultima volta

Fabio Alberto Roversi Monaco è spirato l’altra notte a 87 anni dopo alcune settimane faticose. Lascia le figlie Maria Giulia, Francesca, Maddalena e Camilla con Fabio, Tommaso, Francesca Maria, Brenno, Lupo, Nicoletta e Riccardo. Era nato ad Addis Abeba nel 1938, a volte gli pareva ancora di sentire l’odore del berberè nello zighinì, il piatto tipico eritreo-etiopico, ma il suo cuore era tra le querce, alla Madonna dell’Acero, nelle partite di tressette. Libero docente dal ’67, professore all’Alma Mater di diritto costituzionale e amministrativo (dal 1972 al 2012), dal 1985 al 2000 è stato Magnifico Rettore. Ha presieduto la Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna dal 2001 al 2013 ed è stato presidente di Banca Imi dal 2013 al 2016. È stato presidente di Genus Bononiae fino al 2021 e ha avuto svariate altre cariche in tutto il Paese e non solo.

Parlare di Roversi-Monaco a Bologna significa prima di tutto parlare del docente, del rettore sì, dell’uomo del Nono centenario capace di portare l’Università nella sua dimensione moderna, ma anche e soprattutto della Fiera, della Fondazione Carisbo e di Genus Bononiae. Un’eredità materiale ma anche di testamenti, azzarderei, filosofici. La domanda che Roversi ci lascia riguarda infatti non tanto i limiti del potere e del suo esercizio, quanto quelli dell’immaginazione e della progettualità umana: è giusto darsi dei paletti o, semmai, bisogna lasciare andare la passione, la determinazione, sacrificare anche qualcosa per perseguire obiettivi più grandi? La risposta sta anche nel quadro che Roversi-Monaco ha donato all’Alma Mater: ogni rettore lascia un’opera che lo ritrae e lo ricordi per sempre e la sua era azzurra, veloce oltre il futurismo, fuori scala, immaginifica, quasi una trasfigurazione al di là delle geometrie. Una sentenza. Anche negli spigoli: chi aveva discusso con lui lo sapeva, e ne conosceva la possibile ferocia, ma sapeva che poteva esserci una ripartenza.

Parlare di Roversi-Monaco a Bologna significa anche parlare di politica. Nel 1983, alle elezioni politiche, Roversi – che non era né comunista né democristiano – ottenne molte preferenze fra i Repubblicani risultando il più votato dopo Oddo Biasini e Bruno Visentin. Poteva andare a Roma, Giovanni Spadolini lo voleva fortemente: ma lui disse No. Non voleva lasciare l’Università e con essa Bologna. E quando, sul finire degli anni Novanta, Giorgio Guazzaloca gli chiese di correre insieme per la poltrona di sindaco, in ticket, anche in quel caso Roversi disse No, perché l’Università veniva prima e dopo il Nono centenario c’era un nuovo millennio da scrivere.

Parlare di Roversi-Monaco a Bologna significa anche parlare della sua più grande sconfitta, lo rivelò lui, il mancato sviluppo universitario all’area Staveco. Era il ’90-’91, ebbe uno scontro durissimo con l’allora sindaco Renzo Imbeni e di un disegno già quasi definito non si fece nulla, nonostante il parere positivo del ministro Formica. Uno stop mai digerito, impensabile, inaccettabile.

Parlare di Roversi-Monaco a Bologna significa anche parlare di un uomo discusso, invidiato, capace di dire No (lo fece con il Parlamento, con il Governo quando Berlusconi gli chiese di diventare ministro, con il Grande Oriente d’Italia per la nomina a Gran Maestro) e per questo, raccontò lui, “ho ricevuto anche delle maledizioni”. Una volta ci incontrammo in via Zamboni, era l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Accademia di Belle Arti, e nel portico erano state affisse decine di volantini con la sua faccia e una cazzuola che la copriva e la scritta ‘Intonaco su Monaco’, oltre alle tante scritte sul rapporto con la massoneria. Mi guardò e sorrise: “Va bene così!”.

Ma parlare di Roversi-Monaco a Bologna significa, soprattutto, raccontare di come il tempo passi, di come tutto sia relativo, ma di come le imprese restino, per sempre: “Occorre prendere atto del tempo che passa, ma ciò va accettato per quanto possibile con ironia”, disse così in una intervista. E con quell’ironia si torna al Fabio più privato, il bambino nato ad Addis Abeba, il custode del biliardino, quel biliardino davanti a cui sono passati ragazzi, avvocati, giuristi, ministri, presidenti del consiglio. E oltre quel biliardino – colpisci, non girare, fai gol, dai un colpo netto, “Perché so essere molto risoluto” – si apriva la campagna, con la sua vastità e le sue ombre. Una volta (era il 2021, quando stava per concludersi l’esperienza in Genus Bononiae) vicino alla casa i lupi sbranarono una cavallina: “Molti uomini fanno i lupi...”, disse Roversi con una battuta. E aggiunse: “Quando sono andato via, molti hanno cercato di distruggere ciò che avevo fatto, ma lascio che il tempo parli per me”.

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