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L’odissea giudiziaria. Monaci induisti assolti: “Fumavano per religione”

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04.04.2026

I due praticavano il culto del dio Shiva: nell’abitazione c’era un altare votivo. La seconda sezione della Corte d’Appello di Bologna ha assolto entrambi

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Forlì, 4 aprile 2026 – Si è conclusa con un’assoluzione piena la vicenda giudiziaria che dal 2022 ha coinvolto due italiani, di cui uno forlivese, di religione induista appartenenti al movimento Hare Krishna.

La condanna di primo grado

I due erano stati condannati in primo grado nel gennaio 2023 a 5 mesi e 10 giorni di reclusione e a 800 euro di multa ciascuno per coltivazione e detenzione di sostanze stupefacenti, al termine di un giudizio abbreviato. Una decisione impugnata dalla difesa, affidata all’avvocato Andrea Romagnoli. La sentenza è arrivata ieri, quando la seconda sezione della Corte d’Appello di Bologna ha assolto entrambi “perché il fatto non sussiste”, ribaltando il primo grado emesso dal tribunale cittadino.

Coltivazione di cannabis

Al centro della vicenda la coltivazione di cannabis all’interno di un eremo isolato nell’Appennino tosco-romagnolo, tra Premilcuore e Rocca San Casciano, dove i due vivevano seguendo uno stile ascetico. L’abitazione, una casa dell’Ottocento priva di servizi, senza allacciamento al gas e raggiungibile solo in parte con mezzi fuoristrada, richiedeva un lungo tratto a piedi per essere raggiunta. Le piante erano coltivate all’aperto, senza particolari accorgimenti e senza essere occultate. I due conducevano una vita senza comfort e con riscaldamento a legna, in un contesto d’isolamento scelto per motivi spirituali.

La segnalazione e l’intervento

L’intervento dei carabinieri era scattato dopo la segnalazione di un escursionista che, transitando in zona dopo ore di cammino, aveva avvertito un forte odore di marijuana provenire dall’edificio. Una volta sul posto, i militari avevano chiesto ai due di consegnare eventuali sostanze: richiesta accolta immediatamente, senza necessità di perquisizioni. Agli atti risultavano 32 piante di marijuana, oltre a circa 48 grammi della stessa sostanza e poco più di 4 grammi di hashish. Nessun elemento, stando alla difesa, ha mai indicato un coinvolgimento in attività di spaccio: i due adepti risultavano incensurati, senza contatti con circuiti illegali e non avevano necessità economiche, vivendo grazie a un lavoro e al sostegno familiare. I due imputati hanno sempre sostenuto che l’utilizzo della cannabis fosse legato alla pratica religiosa, in particolare al culto del dio Shiva. Nell’abitazione era presente anche un altare votivo utilizzato per rituali e offerte.

L’assoluzione in Appello

La difesa ha richiamato il diritto alla libertà religiosa, sostenendo che l’uso della sostanza, in quel contesto, fosse legittimo. Tra gli elementi evidenziati anche le modalità della coltivazione, definita domestica e rudimentale, senza strumenti professionali, sostanze da taglio o materiali per il confezionamento. Ieri la Corte d’Appello ha accolto quindi le tesi della difesa e ha assolto i due imputati (le motivazioni saranno depositate entro 60 giorni).

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© il Resto del Carlino