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Beirut (libano), 7 aprile 2026 – Qualche giorno fa, un reel ha iniziato a circolare online. Mostrava libanesi che cenavano, ridevano, brindavano in ristoranti e locali nella zona di Naccache, a pochi chilometri a nord di Beirut. Il video era chiaramente pensato per trasmettere un messaggio libanese familiare (e per molti, ormai nauseante): la resilienza. “La vita continua. Rifiutiamo di arrenderci alla gioia, anche quando il cielo sopra di noi minaccia il contrario”.
Nel giro di pochi minuti, la sezione dei commenti si è trasformata in un campo di battaglia. Molti hanno condannato il video come insensibile, indecente, persino disumano. Come si può festeggiare mentre altri libanesi dormono per strada, sfollati dai bombardamenti nel Sud o nella periferia di Beirut? Come può suonare la musica mentre famiglie intere cercano un rifugio?
Le critiche hanno presto assunto un altro tono. Il video era stato girato in una zona a maggioranza cristiana. Per molti commentatori, è diventato la prova di una frattura più profonda: la vecchia accusa secondo cui alcuni libanesi possono vivere “normalmente” mentre altri pagano il prezzo della guerra. Così, il reel ha smesso di essere un esempio edificante della capacità libanese di resistere, ed è diventato qualcosa di più pesante: una brutale allegoria del Libano stesso, una nazione che ha dimenticato, volontariamente, come vedersi come un unico........
