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Tumore diagnosticato in ritardo. Morì a 30 anni dopo il parto, un milione di euro agli eredi

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01.03.2026

L’ospedale Carlo Urbani di Jesi

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Un tumore diagnosticato in ritardo, dopo un percorso di screening di prevenzione, ha segnato la sorte di una mamma di 30 anni. E i giudici riconoscono un risarcimento da oltre 900mila euro.

Cinque mesi. Per la Corte d’Appello di Ancona è questo il ritardo che ha inciso sulla sorte di una giovane mamma jesina, morta a 30 anni il 16 ottobre 2020 per un carcinoma al collo dell’utero. La vicenda parte nell’agosto 2018, nell’ambito del programma di screening per la prevenzione dei tumori del collo dell’utero. La donna si era sottoposta a un pap test che aveva segnalato anomalie cellulari. A dicembre venne eseguita una colposcopia e un test Hpv, che risultò positivo ad alto rischio. A maggio 2019 un nuovo pap test venne giudicato negativo.

Il passaggio decisivo è arrivato il 10 giugno 2019. La giovane, già mamma di un bimbo di 4 anni e incinta di 36 settimane, si sottopose a un’altra colposcopia all’ospedale Carlo Urbani di Jesi. Venne descritta un’area sospetta. Secondo i consulenti nominati dal tribunale, in quel momento sarebbe stato necessario eseguire una biopsia. Non venne fatta. Si scelse di rinviare. Il 10 luglio 2019 la donna partorì con taglio cesareo, sempre a Jesi. Nelle dimissioni non venne indicato il controllo colposcopico dopo il parto, nonostante fosse stato raccomandato. Nei mesi successivi comparvero perdite ematiche. Vennero eseguiti tamponi ma, secondo la consulenza tecnica, quei segnali vennero sottovalutati.

Il 18 novembre 2019 arrivò la terribile diagnosi: carcinoma invasivo. La giovane si rivolse anche all’ospedale San Gerardo di Monza. Il tumore era però già in uno stadio avanzato. Intervento radicale, poi chemioterapia e radioterapia. La donna morì meno di un anno dopo, lasciando il marito e due bimbi piccoli.

Sia il Tribunale di Ancona nel 2024 sia la Corte d’Appello nel febbraio 2026 hanno ritenuto che nella seconda fase della gestione clinica vi siano state omissioni, in particolare la mancata biopsia e la sottovalutazione delle perdite dopo il parto. Il ritardo diagnostico è stato stimato in circa cinque mesi. La malattia era aggressiva, ma una diagnosi più tempestiva avrebbe potuto intercettarla in uno stadio precedente, con una probabilità di sopravvivenza più alta. I giudici parlano di una perdita di chance di circa il 20 per cento.

In primo grado l’Azienda sanitaria era stata condannata a risarcire la famiglia per la perdita del rapporto parentale: 193.825 euro al marito, 212.758 euro a ciascun figlio, 131.409 euro a ciascun genitore. La Corte d’Appello ha confermato queste somme e ha aggiunto ulteriori importi per la perdita di chance di sopravvivenza: 16.683 euro complessivi agli eredi, 9.423 euro al marito, 10.409 euro a ciascun figlio, 6.023 euro a ciascun genitore. Il totale del risarcimento supera i 900mila euro, oltre interessi e spese legali. Per la famiglia, però, restano solo il vuoto e la consapevolezza che quel tempo in più non tornerà.

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© il Resto del Carlino