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Certificati anti-rimpatrio, la decisione del giudice: 3 medici sospesi 10 mesi

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14.03.2026

Il flash mob a sostegno dei medici indagati (foto Corelli)

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Ravenna, 14 marzo 2026 – In tre sono stati sospesi per 10 mesi dalla professione medica. Agli altri cinque indagati, sempre per 10 mesi, è stato vietato di occuparsi di certificati relativi all’idoneità per la detenzione amministrativa nei cpr, i centri di permanenza per i rimpatri. A 24 ore dell’interrogatorio di garanzia, ieri pomeriggio il gip Federica Lipovscek ha depositato l’ordinanza relativa agli otto camici bianchi coinvolti nell’inchiesta sui certificati anti-rimpatrio (sono accusati di falso ideologico continuato e di interruzione di pubblico servizio).

Richiesta interdizione per 12 mesi

La procura aveva chiesto per ciascuno l’interdizione per 12 mesi dalla professione. Il gip ha evidentemente graduato le misure (le contestazioni vanno da un minimo di un certificato ritenuto falso a un massimo di 11) ritenendo però che sussista il pericolo di reiterazione del reato nel contesto di gravi indizi. Tutti gli indagati erano in servizio al reparto delle Malattie Infettive di Ravenna; più di recente una delle dottoresse era passata a Forlì.

Il pericolo di reiterazione del reato

Davanti al gip tutti si erano avvalsi della facoltà di non rispondere limitandosi ad alcune dichiarazioni sulla “totale correttezza” del loro operato svolto “con professionalità e dedizione, ponendo al centro la tutela della salute e della dignità delle persone, conformemente alla deontologia medica”, avrebbero poi precisato i loro legali. Alla vigilia dell’interrogatorio, la decisione del direttore generale Ausl Tiziano Carradori di escludere gli otto dalle certificazioni per i cpr, aveva introdotto un interrogativo di peso: il pericolo di reiterazione del reato sussisteva ancora? No secondo le difese - avvocati Carlo Alberto Baruzzi, Francesca Cancellaro, Sonia Lama, Marco Martines, Maria Elena Monaco, Salvatore Tesoriero e Maria Virgilio -: “il provvedimento di esonero dell’Ausl dalle specifiche attività” - si leggeva in una nota congiunta - faceva venire meno “i presupposti per l’applicazione di una misura interdittiva che, in assenza di concrete esigenze cautelari, sarebbe inutilmente afflittiva e sproporzionata”. Il pm Angela Scorza, titolare del fascicolo assieme al procuratore Daniele Barberini, aveva invece sostenuto che l’esonero appariva essere generico in quanto non conteneva indicazioni chiare sulle modalità organizzative. E che il pericolo di reiterazione di condotte analoghe sussisteva lo stesso, in quanto il falso contestato è ideologico: avrebbe cioè potuto riverberarsi anche su altri tipi di certificati oltre a quelli per i cpr.

A questo punto si apre per gli indagati la possibilità di rivolgersi al tribunale del Riesame di Bologna per chiedere l’annullamento della misura cautelare o comunque una attenzione per coloro che sono stati sospesi. La sede potrebbe però offrire la possibilità alla procura di svelare altre carte. Dopotutto la richiesta cautelare era stata formulata sulla base delle informative di Sco e squadra Mobile contenenti diversi documenti, su alcune intercettazioni ambientali e su parte delle chat. Il grosso delle chat sequestrate il 12 febbraio resta ancora solo nelle mani degli inquirenti. Gli indagati si trovano cioè a nuotare sopra a un mare magno di parole che potrebbero potenzialmente imprimere ulteriore accelerazione al caso.

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© il Resto del Carlino