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Il referendum e la fine di una lunghissima luna di miele tra gli italiani e il governo

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C’è modo e modo di perdere. Ma 15 milioni di No sono una sconfitta netta per il governo e per Giorgia Meloni. Ancor più di quanto si potesse prevedere, il referendum ha assunto un significato pienamente “politico”. Politiche saranno, inevitabilmente, le sue conseguenze.

L’affluenza ha raggiunto quasi i livelli del 2022: quelli delle ultime elezioni Politiche, per l’appunto. A conferma che, quando la posta in gioco è percepita come saliente, e la partita incerta, i cittadini a votare ci vanno eccome. A proposito di mobilitazione, la stessa Presidente del Consiglio ha scelto, alla fine, di spendersi in prima persona.

È scesa in campo, consapevole che il risultato, nel bene o nel male, sarebbe stato comunque letto come un grande sondaggio sul suo gradimento. Non è bastato. Al contrario, la portata del coinvolgimento popolare ha aumentato la salienza del responso elettorale, con un insidioso effetto di delegittimazione del governo, in una fase delicatissima sul piano internazionale.

Pensare che le schede referendarie possano tradursi automaticamente in voti ai partiti, naturalmente, sarebbe fuorviante. I 15 milioni di No non possono essere attribuiti automaticamente al campo largo. Una cosa, poi, è mobilitare contro: tutti-contro-una. Altra cosa è superare le reciproche diffidenze e i tanti punti di attrito, nel perimetro di una alternativa che, ad oggi, rimane del tutto ipoteca.

Nonostante la foto di gruppo della vittoria, ieri sera in piazza, si fatica ancora cogliere i contorni di un progetto unitario. E rimane il nodo della leadership. A questo proposito, la vera novità, almeno sul fronte 5 stelle, è stata l’apertura congiunta alla prospettiva delle primarie. Un ulteriore effetto del referendum. Ma la strada da percorrere è ancora tanta.

Tornando ai promotori della riforma mancata, il responso delle urne decreta la fine di una lunghissima luna di miele. Peraltro, già da tempo registrata dai sondaggi sul gradimento del governo, ma non da quelli sugli orientamenti di voto. Comunque, certifica un disallineamento tra una parte maggioritaria del paese e le politiche del centro-destra.

Quel che deve preoccupare, allora, dalle parti di Palazzo Chigi, non è tanto la fotografia, più o meno fedele, del quadro esistente scattata dal referendum. Bensì, gli effetti che potrà produrre nei prossimi mesi. Da qui alle prossime elezioni. Da oggi, la “storia” di Giorgia Meloni conosce una nuova curvatura. L’immagine della leader vincente, quasi inarrestabile, è stata almeno momentaneamente incrinata.

E il rapporto con l’opinione pubblica potrebbe logorarsi ulteriormente, nell’anno e mezzo che ci separa dalle elezioni. Tanto più nell’ambito del perdurante caos globale. Attendere che passi la tempesta non sarà sufficiente. Per spezzare l’inerzia del voto referendario, serviranno autentici segnali di discontinuità.

E almeno qualche dubbio, sul fatto che restare in sella sia la scelta migliore, potrebbe presto insinuarsi tra i pensieri della Presidente del Consiglio. La prospettiva del voto anticipato è stata ulteriormente smentita. Ma potrebbe presto diventare un’opzione. Anche solo come minaccia per tenere a bada gli alleati. Eventualmente, per cogliere ancora impreparati gli avversari.


© Il Mattino di Padova