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“Per il 13enne un salto nel vuoto dall’impotenza all’onnipotenza: ha messo in scena la sua vendetta come un regista bambino”

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thursday

La psicoterapeuta Maura Manca e la maglietta del 13enne con la scritta vendetta

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Roma – Vendetta, sentimento viscerale e ossessione, uno dei motori più potenti della narrazione umana. Talmente impegnativa da credere di doverci arrivare solo nel tempo e per accumulo. A meno di non essere un cartone animato e chiamarsi Eric Cartman: narcisista, cinico, imbottito di idee pretenziose e sociopatiche. A meno di non ritrovarsi già grandi e legittimati a compierla per eccesso di torti subiti. Ma qui non siamo di fronte al conte di Montecristo o al capitano Achab. Di sicuro non c’è traccia della vendetta gloriosa di Ulisse. Scritta in rosso sulla maglietta bianca di un tredicenne, la parola è incongrua e spropositata. Diventa il marchio di una giustizia privata esercitata precocemente contro il resto del mondo. Maura Manca è psicologa clinica, psicoterapeuta, presidente dell’Osservatorio nazionale adolescenza Onlus e direttore responsabile della rivista scientifica online AdoleScienza.it. Anche lei è rimasta annichilita di fronte a una mise-en-scène “progettata, preparata prima a livello linguistico e infine esibita come un film da un regista poco più che bambino che è saltato nel vuoto dall’impotenza all’onnipotenza”.

Le armi portate a scuola e la maglietta indossata dallo studente 13enne di Trescore: le foto erano state pubblicate in una chat su Telegram

I bambini sono in grado di immaginarlo questo film? Da dove vengono l’odio e la lucidità attribuibili solo agli adulti?

“L’odio e la vendetta possono abitare nelle creature sotto i 14 anni, anche se non sempre per fortuna in maniera così clamorosa. Mettiamoci l’immaturità della corteccia prefrontale, quella che ci rende consapevoli delle conseguenze dei gesti e del controllo degli impulsi. Mettiamoci anche il vuoto educativo. Senza un freno certe emozioni guidano in una sola direzione: l’annientamento".

Lei sottolinea che le parole sono importanti perché nasce tutto da lì.

"Bisogna entrare in ogni testa senza mai generalizzare. Cosa ha letto in questo caso quel ragazzino, come ha processato le informazioni? Le parole che usa, a cominciare dal titolo Final solution, sono una gabbia linguistica in cui è rimasto prigioniero per primo. Soluzione finale ha dato un comando preciso al suo cervello, ha risolto il problema. È l’esempio di come la realtà sia sempre filtrata in base a come ce la raccontiamo. Qui siamo di fronte a una distorsione fortissima”.

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Vendetta è anche un cambio d’abito: adesso vi faccio vedere chi sono davvero.

"Nel momento in cui si indossano i pantaloni mimetici si esce dal ruolo di vittima e dalla condizione in cui capita di identificarsi: impotente, incatenato, schiavo. La realtà di soggetto passivo si ribalta sotto la maglietta che grida vendetta: nella testa l’illusione è già formata, la condizione di giustizia ripristinata. Di lì in poi il regista poco più che bambino non ha più freni, agisce secondo un copione. La violenza è linguaggio ma anche anestetico che spegne i centri emotivi del cervello. La professoressa a quel punto perde tutti gli attributi umani, lei o chiunque congiuri per impedire lo scopo prefissato deve essere eliminato. È una performance premeditata. Con la consapevolezza di non potere essere punito”.

E come è possibile che a casa nessuno si accorga di tutto questo? Non si lascia qualche traccia?

"Il linguaggio, ripeto, è sempre un campanello d’allarme. Parole che etichettano, polarizzano, insistono sull’ingiustizia devono fare riflettere. Tutti diciamo cose terribili quando siamo infelici o arrabbiati, poi però interviene il pensiero, il senso morale: auguri il male ma non ci credi, perché il freno funziona. Quando invece l’impulso alla vendetta si inserisce su una patologia delle relazioni, lontano dal contatto e dal confronto, salta tutto”.

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