Silvio Colagrande, 70 anni fa il primo trapiantato: “Vedo con gli occhi di don Gnocchi”
Silvio Colagrande vede grazie agli occhi di don Gnocchi
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“Era illegale”, ricorda lui, che aveva undici anni e mezzo e oggi ne ha 81. Don Gnocchi chiamò Cesare Galeazzi, allora direttore dell’Oftalmico di Milano: “Sei pronto a rischiare la prigione per me? Fra poche ore non ci sarò più: prendi i miei occhi e ridona la vista a uno dei miei ragazzi, ne sarei tanto felice”.
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Ridiede la vista a due ragazzi: uno è lei. Cosa ricorda?
“Avevo conosciuto don Gnocchi nel collegio di Inverigo, in provincia di Como, dopo due anni di buio assoluto per un incidente di gioco: mi era entrata calce viva negli occhi. Dopo un paio di settimane, il sacerdote che dirigeva il collegio, don Renato, mi portò dal professor Galeazzi nel suo studio di Milano: lì venne l’idea del trapianto. Però il professore diceva che non si poteva fare qui in Italia: ‘Bisogna portarlo in Svizzera’”.
Non finì così, però.
“A giugno tornai a Roma e tornò l’ipotesi Svizzera con la Croce Rossa italiana che si era offerta di seguirmi. In attesa di tutte le autorizzazioni, Don Carlo venne in collegio. Nei giorni successivi, il direttore mi disse che in Svizzera non si poteva più andare. Solo nel 1960 mi confidò che non c’era stata alcuna complicazione. Don Carlo gli aveva detto: ‘Lascia perdere tutto, ci penserò io’”.
Ci pensò lui, alla sua morte. Fece l’operazione a Milano.
“La mattina del 29 febbraio. Mi svegliai la sera, tutto bendato. Dopo tre giorni è venuto il professor Galeazzi col professor Celotti, colui che era andato a prelevare il bulbo oculare di Don Carlo e che temeva di essere arrestato. Mi sbendarono e mi mostrarono le dita. Quante sono? Tre. Le vedevo. Da allora ho sempre studiato, lavorato, letto tantissimo. E pure l’occhio destro, che non è stato operato, si riprese in maniera più forte di quanto ci si aspettasse”.
Don Gnocchi spinse così pure le prime leggi sui trapianti.
“Sì, ha aperto una strada fondamentale. Ricordo che in quegli anni anche a Como una signora aveva organizzato la “Banca degli Occhi“, che allora significava semplicemente la raccolta di persone disponibili a donare. Oggi è scientificamente importante. Dopo il via libera agli altri trapianti, queste associazioni si sono raccolte nell’Aido. Io ho cercato nel mio piccolo di restituire quanto ho ricevuto, portando la mia testimonianza e lavorando 43 anni nella Fondazione Don Gnocchi, cercando di mantenere lo spirito di solidarietà verso chi ha bisogno”.
La cronaca più buia, con il caso del piccolo Domenico, ha riacceso il dibattito sui trapianti e sulle donazioni.
“L’Aido ricorda che ci sono più di quattromila trapianti riusciti ogni anno, persone tornate a vivere. Non è colpa del donatore quando succede una tragedia come questa e non ha senso dire: se finisce così che senso ha donare. Non solo perché i numeri delle operazioni riuscite dicono tutt’altro, ma perché la donazione è un gesto di solidarietà umana. I medici sono responsabili che questa solidarietà vada a buon fine, c’è una catena, ma l’invito è sempre al dono”.
Cosa direbbe oggi il beato Gnocchi, con il suo sguardo?
“Che si dovrebbe cambiare l’orientamento della visione. Don Carlo diceva sempre che ognuno di noi si doveva prendere in carico un compagno. Anche i giovani di oggi hanno bisogno di capirlo: lo sguardo verso i bisogni altrui non fa ripiegare su se stessi, è la carta che ti permette di crescere”.
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