Il rogo alla Eureco di Paderno 15 anni (e tre sentenze) dopo: “Noi ustionati, senza risarcimento, e le cicatrici bruciano ancora”
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Milano, 18 febbraio 2026 – Quindici anni fa, nel mese di febbraio, moriva l’ultimo operaio coinvolto nell’esplosione all’Eureco di Paderno Dugnano: Leonard Shehu. Aveva solo 38 anni. È morto dopo 22 interventi chirurgici e tre mesi di agonia. La sua salma riposa a Laç, in Albania, la sua città natale. “Aveva una vita davanti, eravamo sposati da 12 anni”, ricorda la moglie, Rita: “Giustizia non è stata fatta”. Quattro morti e quattro feriti: il tragico bilancio del rogo nel piazzale di via Mazzini.
La strage nell’oblio
"Una strage dimenticata da tutti”, sottolinea Antonella Riunno, che avrebbe dovuto sposare Salvatore Catalano 20 giorni dopo l’incendio nella ditta di stoccaggio rifiuti: lui morì il 18 gennaio del 2011. La Corte di Cassazione - il 19 maggio di dieci anni fa - ha confermato la condanna a cinque anni di reclusione per omicidio plurimo colposo, inflitta in primo grado con rito abbreviato al titolare, Giovanni Merlino, e confermata in appello. Risarcimento danni inclusi, con provvisionali da 30mila a 200mila euro in base al grado di parentela con le vittime e 50mila euro a ciascun ferito. C’è chi li ha ottenuti, chi ancora aspetta e chi non ha visto nulla in questi quindici anni nonostante il sole continui a bruciare sulle cicatrici. Tra loro Kasem Xhani, il più giovane degli operai coinvolti: aveva 21 anni all’epoca dei fatti.
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Il caso (assurdo) di Xhani Kasem
"Lesioni gravi di secondo e terzo grado al 40% della superficie corporea dalle quali è derivato pericolo di vita e incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni per 253 giorni”, si legge tra le carte della sentenza di primo grado. Nel dispositivo però un primo errore tecnico: il suo nome nelle ultime righe in cui si quantifica il danno viene dimenticato, nonostante poco prima fosse citato tra i feriti. Refuso corretto in secondo grado: “Deve trovare accoglimento l’appello della parte civile di Xhani Kasem, limitatamente all’omessa indicazione nel dispositivo della sentenza dello Xhani tra le parti civili, alla quale viene riconosciuta la provvisionale immediatamente esecutiva nella misura pari a 50mila euro”. Come gli altri feriti. Quell’”immediatamente esecutiva” è rimasto sulla carta però.
"Non ho ricevuto nulla”
«Sono stato in pericolo di vita, non ho ricevuto ancora nulla, l’assicurazione non risponde: ho ridato mandato all’avvocato. Non può finire così», scuote la testa oggi Kasem, che riceve solo un contributo mensile dall’Inail. Dovrebbe anche essere rioperato a un orecchio: «Non me la sento più». E non ha ricevuto nulla neppure Erjon Nezha che è rimasto un mese in ospedale al Niguarda con ustioni di secondo grado su metà del corpo. "Mi fa arrabbiare ogni volta che ne parlo e ci penso, ma non ho più le forze di seguire il caso – confessa Erjon –: ci hanno preso per sfinimento e non so che fine hanno fatto i risarcimenti. Però siamo vivi per fortuna: la mia forza è stata la mia famiglia. È stata una tortura anche per mia moglie”.
Era diventato papà da 40 giorni, la moglie lo raggiungeva tutti i giorni al Niguarda a piedi con la bimba in fasce. "Ricordo tutto, il boato, la corsa, le fiamme che mi hanno raggiunto, i miei colleghi irriconoscibili – riavvolge il nastro Nezha –. Poi è iniziato a mancare il respiro e son svenuto. Ho riaperto gli occhi quindici giorni dopo. Giustizia non è stata fatta, ma sono vivo, sto bene”. Il ricordo va ai suoi colleghi che non ci sono più: Sergio Scapolan, Harun Zequiri, Salvatore Catalano e Leonard Shehu.
Sergio aveva 63 anni
Aspettano ancora gran parte dei risarcimenti previsti i familiari di Sergio, morto a 63 anni il 13 novembre. “L’assicurazione non ha risposto. Stiamo procedendo per il recupero dei crediti”, spiega l’avvocata Silvia de Angeli, che rappresenta la figlia, la moglie e la sorella di Sergio che si erano costituite parte civile a processo con la madre, nel frattempo deceduta. “Su indicazione dell’allora sindaco Marco Alparone, anche il Comune di Paderno Dugnano decise di costituirsi parte civile a processo, come segnale di vicinanza alla comunità e ai famigliari delle vittime – ricorda oggi l’avvocato Federico Bonzi, che rappresentò l’amministrazione comunale dal primo grado sino alla Cassazione –. Venne stabilito un risarcimento simbolico di un euro per abitante, 48mila, cifra confermata in Appello e in Cassazione. Non fu certo una pena esemplare, ma neppure bassa se si considera la scelta dell’imputato di procedere con il rito abbreviato”.
Una bambina senza il padre
Quindici anni dopo restano i ricordi anche di chi ha dovuto crescere senza un padre. Irma Catalano aveva 9 anni e viveva in via Mazzini. Suo papà Salvatore lavorava lì, sua mamma era custode. «Quel giorno non volevo che andasse al lavoro, mi sentivo qualcosa, lo volevo tenere con me. Mi ha accompagnata lui a scuola: “Ciao pupetta“, “Ciao pupetto“. Ci siamo lasciati così. Quando era in ospedale ho registrato la mia voce, gli infermieri gliela facevano ascoltare. Capiva che ero lì. Tante volte lo sogno, anche nei momenti importanti, quando ho scelto l’abito del matrimonio, quando son diventata mamma. Ho ottenuto un risarcimento, ma un dolore così non lo auguro a nessuno. Mi faccio forza per papà”.
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